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Intelligenza artificiale: 200mila dipendenti pubblici a rischio

“L’intelligenza artificiale sta tracciando i confini di un nuovo modo di concepire il lavoro pubblico. L’impatto nella Pa sarà forte sia in termini qualitativi che numerici ed è destinato via via ad intensificarsi con i progressi delle soluzioni Ia. Le professioni ad alta specializzazione come i ruoli direttivi, i dirigenti e i professionisti hanno un forte potenziale di collaborazione, mentre quelle poco specializzate e routinarie sono vulnerabili alla sostituzione, suggerendo la necessità di una riconsiderazione dei ruoli e di una riqualificazione per mitigarne gli effetti. La rivoluzione dell’Ia rappresenta la ‘terza ondata’ di trasformazione per il settore pubblico degli ultimi 15 anni, dopo la spending review e la pandemia”. Così Gianni Dominici, amministratore delegato di Fpa, società del gruppo Digital360, martedì 21 maggio in apertura di Forum Pa 2024, l’evento annuale di confronto tra i soggetti pubblici e privati dell’innovazione in programma fino al 23 maggio al Palazzo dei Congressi di Roma.

E proprio in occasione della prima giornata del Forum, è stata presentata la ricerca di Fpa “L’impatto dell’intelligenza artificiale sul pubblico impiego” che evidenzia come Il settore pubblico sia fortemente impattato dall’adozione dell’intelligenza artificiale. Il 57% dei 3,2 milioni di dipendenti pubblici italiani è infatti altamente “esposto” all’impatto dell’Ia nella propria attività, ovvero sarà interessato da una forte interazione tra le mansioni svolte e quelle che gli algoritmi sono in grado di svolgere. Questa interazione potrà tradursi in un arricchimento delle attività grazie all’apporto dell’Ia, oppure in una sostituzione dei lavoratori. Si tratta di ben 1,8 milioni di persone, in particolare dirigenti, ruoli direttivi, tecnici, ricercatori, insegnanti, legali, architetti, ingegneri, professionisti sanitari e assistenti amministrativi.

Tra i lavoratori pubblici altamente esposti, gran parte (l’80%) potrebbe integrare l’intelligenza artificiale nel suo lavoro, ottenendo notevoli miglioramenti: circa 1,5 milioni di lavoratori con ruoli di leadership e gestione (come dirigenti scolastici, responsabili strategici e leader di progetti innovativi, esperti tecnici e professionisti, prefetti, magistrati e direttori generali), infatti, possono operare in modo complementare con le nuove tecnologie, se adeguatamente formati e con un’organizzazione abilitante. Ma c’è un 12% a rischio di sostituzione: sono vulnerabili ben 218mila dipendenti pubblici appartenenti alle professioni meno specializzate, caratterizzate da compiti ripetitivi e prevedibili che potrebbero essere facilmente svolti dall’intelligenza artificiale.

“Di fronte a un simile impatto, la pubblica amministrazione è chiamata ad una riforma strutturale – ha dichiarato Carlo Mochi Sismondi, presidente di Fpa. “Serve una revisione dei processi di formazione, orientata allo sviluppo di competenze come creatività, adattabilità, pensiero critico e laterale e soft skill, che possono qualificare il lavoro liberato da mansioni ripetitive e routinarie. A livello organizzativo, bisogna abbandonare la logica gerarchica e burocratica per introdurre la flessibilità necessaria a gestire il cambiamento. Mentre la dirigenza è chiamata ad abbandonare la cultura dell’adempimento verso una per obiettivi e risultati”.

La ricerca fa un salto nel tempo per analizzare le ondate di trasformazione del settore pubblico, individuando tre momenti principali. La prima grande ondata di trasformazione del settore pubblico negli ultimi 15 anni è stata determinata dalla spending review adottata dal 2007, che ha comportato una diminuzione dei dipendenti pubblici e un calo di investimenti in formazione. Una situazione che ancora oggi, in attesa del pieno dispiegamento degli investimenti Pnrr, vede le remunerazioni e la forza lavoro (misurata in unità equivalenti a tempo pieno) lontani dai livelli precrisi: gli indicatori, misurati con indici su base 2007=100, restano sotto quel valore, a 88 e 96 punti (dati Istat). La seconda ondata è stata quella della pandemia Covid-19, che ha prodotto un’accelerazione dei processi di innovazione e digitalizzazione per garantire la continuità e l’accessibilità dei servizi pubblici, promuovendo un’inedita flessibilità lavorativa. A cavallo dei due fenomeni si è registrata la crescita della domanda pubblica di servizi di consulenza che, anche per effetto delle risorse Pnrr, tra il 2020 e il 2023 è salita del 30,5%, con investimenti secondo Assoconsult pari a 535 milioni di euro nel 2022 e la previsione di un’ulteriore crescita tra il 5% e il 10% su base annua nel prossimo futuro. Un supporto essenziale che spesso però si è tradotto in eccessiva dipendenza della Pa da figure esterne.

Secondo l’indagine Fpa, l’intelligenza artificiale al pari della crisi del 2007 e della pandemia del 2020 rappresenta oggi uno shock esterno a cui la Pa è chiamata a rispondere. Per stimarne l’impatto è stato adattato alle categorie professionali dei dipendenti pubblici italiani il metodo AIOE (Artificial Intelligenze Occupational Exposure) di Edward Felten sull’esposizione occupazionale all’Ia. Ne emerge che il 57% dei circa 3,2 milioni di dipendenti pubblici è altamente esposto all’Ia, pari a circa 1,8 milioni di lavoratori, mentre il 28% è moderatamente impattato e il solo 15% subisce un’influenza minima o nulla. Tra le professioni più esposte ci sono assistenti e operatori esperti amministrativi, personale direttivo e non dirigente con funzioni amministrative, tecnici, ricercatori e tecnologi, dirigenti scolastici e docenti, avvocati e magistrati, architetti e ingegneri, dirigenti sanitari e professionisti sanitari.

Il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo nel suo intervento al Forum Pa

Tra gli 1,8 milioni di dipendenti pubblici altamente esposti, una gran parte potenzialmente beneficerà di un’integrazione dell’IA nella propria attività lavorativa, evidenziando una profonda sinergia tra competenze umane e capacità offerte dall’Ia: ben l’80%, poco meno di 1,5 milioni, tra dirigenti scolastici, responsabili strategici e leader di progetti, esperti tecnici, prefetti, magistrati e direttori generali. Ovviamente, questo non è scontato né automatico: è necessario che le soluzioni degli algoritmi vengano utilizzati con consapevolezza e competenza, e nel quadro di contesti organizzativi abilitanti. Invece, il 12% dei dipendenti altamente esposti (poco più di 218mila lavoratori) ha una scarsa sinergia con l’intelligenza artificiale, mostrando un rischio concreto di essere sostituito. Questa situazione riguarda principalmente professioni con scarsa specializzazione e compiti ripetitivi e prevedibili. Il restante 8% (circa 154mila dipendenti tra cui molte professioni del settore sanitario e diplomatico) è in una zona ambigua tra potenziali sinergie e rischi di sostituzione.

L’approfondimento nei comparti svela che gli ambiti in prima linea sono le funzioni centrali e locali della Pa, esposte nel 96,2% e del 93,5% dei casi, seguite dall’istruzione e ricerca (72,6%). La maggiore sinergia tra lavoro e intelligenza artificiale emerge soprattutto nell’istruzione e ricerca, dove la percentuale di personale ad alta complementarità con l’Ai è il 91,9%. Il rischio sostituzione è particolarmente rilevante nelle strutture centrali della Pa, dove tocca il 47,4% (92.859 unità), ma anche nelle funzioni locali (23,8%, 109.801 unità).

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