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Io, Omar, 35 anni, al telefono del 118 in epoca di Covid-19

Omar Bortolacelli è un ragazzo di 35 anni. E’ di Bologna. Da più di vent’anni lavora nell’ambito del soccorso e dell’emergenza su ambulanze. ll suo cammino su questa strada professionale è cominciato nel lontano 2000, quando aveva 16 anni e faceva il volontario in una grande associazione in provincia di Modena. Gli anni trascorrevano e ogni giorno Omar diventava sempre più maturo, a contatto con una realtà complessa e dai profondi valori umani come quella sanitaria. Il suo bagaglio personale cresceva insieme a lui, con informazioni sempre aggiornate sul soccorso tramite corsi e sulla tanta esperienza maturata sul campo.

Con il tempo, aspirando a trasformare questa dedizione in un lavoro, è arrivata finalmente l’occasione giusta: è venuto a conoscenza della Fondazione Catis di Bologna, azienda che si occupa di movimentazione pazienti di ogni genere, e collabora con il 118 sul territorio del capoluogo emiliano per il soccorso vero e proprio. Omar presenta la propria domanda di assunzione e, con grande soddisfazione, viene convocato. Il 16 gennaio 2009 ha cominciato a lavorare con la qualifica di autista/soccorritore.

Un percorso, però, molto travagliato. “La notte del 29 giugno 2011 ero in servizio ed ebbi un brutto incidente con l’ambulanza a causa del mio collega che si addormentò alla guida, finendo contro un camion – racconta Omar. “Lui rimase indenne, e a me l’urto mi causò parecchie e svariate fratture e tra queste la più importante fu la rottura completa del midollo spinale procurandomi la perdita dell’uso delle gambe”.

Dopo mesi di riabilitazione, Omar esce dall’ospedale e si rimette subito in movimento per non perdere altro tempo, cercando di avvicinare la mia nuova vita da quella che aveao lasciato prima di quella notte. In questa risalita viene aiutato molto dallo sport. “Quello che dico sempre a tutti è che lo sport è importante perché ti salva la vita. Proprio come ha fatto a me”.

Nel 2013 è rientrato al lavoro e la Fondazione Catis lo ha collocato dentro la Centrale operativa del 118, dove lavora tuttora e dove cerca sempre di dare il massimo ogni giorno per assicurare un servizio migliore a chi compone il numero di emergenza 118 per le varie richieste di soccorso.

Omar è testimonial dell’Enuip per il servizio civile.

Bortolacelli, materialmente come si svolge il suo lavoro?

“Dentro la centrale operativa, io sono il primo operatore che la gente sente quando compone il numero di emergenza. Infatti occupo il posto del cosiddetto ‘operatore filtro’, cioè quando chiama qualcuno io in pochissimo tempo devo capire di che cosa ha bisogno con delle domande facili e molto mirate. In base alle sue risposte, passo la telefonata alla persona più indicata: infermiere, coordinatore, ambulanze per visite programmate, eccetera”.

– Nella sua esperienza al 118, cos’è cambiato nei giorni del coronavirus?

“Nell’ultimo mese, dentro la centrale il lavoro si è moltiplicato se non triplicato a causa del coronavirus, questa pandemia che sta mettendo in ginocchio l’Italia. Ci sta facendo fare turni massacranti per il carico di telefonate che arrivano per chiederci le più svariate informazioni e il bravo operatore deve essere veloce a rispondere a tutti, ma soprattutto deve cercare di capire se in mezzo a tutte queste telefonate ci sono anche le varie emergenze, quelle vere e che ovviamente vanno passate per prime all’area emergenza”.

– Quali sono le categorie di persone più fragili che chiamano il 118 in questi giorni?

“In questo periodo di maxi emergenza chiamano veramente tante, tantissime persone. I più hanno un’età compresa tra i 25 e i 50 anni, chiedendo molte informazioni per loro stessi e per i propri familiari, bambini, anziani, eccetera. Insomma, c’è molta solidarietà familiare”.

– L’Italia sta conoscendo meglio in questi giorni le categorie professionali legate alla sanità, quelle che stanno combattendo in prima linea questa lunga battaglia. Quanto c’è che va oltre un semplice posto di lavoro nella vostra “missione” quotidiana?

“Io penso che questo tipo di lavoro (medici, infermieri, autisti/soccorritori e operatori di centrale) nessuno ci ha obbligato a farlo. Lo abbiamo scelto chi per un motivo, chi per un altro. Ma alla fine lo abbiamo scelto tutti e tutti crediamo in questo lavoro ogni giorno, perché dare speranza e regalare sorrisi alla gente è una cosa meravigliosa. In questo periodo la gente ci chiama ‘eroi’, ci ringrazia per quello che stiamo facendo, ma noi ci siamo sempre stati anche prima di questa pandemia, solo che prima la gente ci maltrattava, ci picchiava dentro i pronto soccorsi o quando l’ambulanza andava in casa da loro. Ci trattava male al telefono, quando facevamo domande per capire cose stesse succedendo, per mandare l’ambulanza più idonea. Nonostante tutto questo ci siamo sempre stati. Ci siamo e ci saremo.. Più che altro il ringraziamento che la gente ci può fare è quello di ascoltarci e di RIMANERE IN CASA, perché con questo virus non si scherza”.

– Crede che, passata la tempesta, la gente si ricorderà di questo vostro essere in “prima linea”?

“Spero proprio di sì, Mi auguro che la gente si ricordi cosa stiamo facendo fatto per loro e che ci tratti un po’ meglio, senza riprendere quegli atteggiamenti purtroppo molto diffusi nei nostri confronti”.

– Come ne usciremo da questa terribile fase, più deboli o più forti di prima?

“Prima di tutto sono sicuro che ne usciremo, non so quando ma riusciremo a uscirne perché ho piena fiducia in tutti i miei colleghi e quando dico tutti intendo da Nord a Sud dell’Italia.Spero che alla fine di tutto, il popolo italiano rifletta su questo periodo per riacquistare i valori perduti, gli abbracci, la condivisione di cose con altre persone. Spero che ci siano meno pregiudizi e spero che si possa tornare a vivere una vita più in armonia con tutti quanti senza distinzioni. Soltanto stando tutti uniti si può vincere questa partita. A questo proposito mi viene in mente una frase di Michael Jordan, giocatore di basket Nba. Recita: “Con l’individualità puoi vincere una partita, ma con la collettività e il gioco di squadra che vinci il campionato!”. Noi ci stiamo giocando il nostro campionato contro un avversario purtroppo molto forte.

– Dopo questa bella frase di Jordan, ha un messaggio da lanciare agli italiani?

“Sì, che la vita è una ed è bellissimo viverla in ogni modo. Facciamo il possibile per non sprecarla. Anche perché indietro non si può tornare. Dai, che ce la facciamo. Never give up !”.

Grazie, Omar. Una bella lezione di vita.

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