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Mezzogiorno: la rimonta delle medie imprese

Crescono velocemente con un aumento di fatturato ed export, puntando su investimenti tech e green. Sono le medie imprese del Sud Italia, realtà produttiva composta da appena 361 imprese che realizzano complessivamente il 12,6 per cento del valore aggiunto manifatturiero totale dell’area. Solo in Sicilia se ne contano una quarantina, con fatturato aggregato pari a 1,8 miliardi di euro e una forza lavoro di oltre 4.500 unità.

È l’istantanea che emerge dall’ultimo rapporto “I fattori di competitività delle medie imprese del Mezzogiorno: il ruolo dei capitali strategici” realizzato dall’Area Studi di Mediobanca, dal Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere.

“Le medie imprese sono un universo composto ancora da poche aziende nel Mezzogiorno, ma stanno dimostrando di potere fare la differenza per sostenere lo sviluppo del Sud e recuperare il ritardo accumulato con il resto del Paese, anche grazie ad una loro elevata propensione ad investire nella duplice transizione e sui temi Esg – ha sottolineato il presidente di Unioncamere Andrea Prete che ha aggiunto “per questo vanno incoraggiate, anche attraverso una più equa fiscalità, affinché possano proliferare numericamente e contribuire a creare nel Meridione un tessuto produttivo più solido e competitivo a vantaggio dell’Italia intera”.

C’è quindi un Sud che dimostra di poter correre più veloce del resto d’Italia: è quello delle medie imprese industriali del Mezzogiorno. L’87 per cento di queste ‘ambasciatrici’ del capitalismo familiare conta di chiudere quest’anno con un aumento di fatturato (contro il 76 per cento di quelle del Centro Nord) e il 92 per cento prevede aumenti delle esportazioni (contro l’81 per cento). Si tratta di realtà produttive che guardano al futuro con maggiore ottimismo: il 40 per cento prevede un aumento significativo della propria quota di mercato (contro il 22,9 per cento delle altre aree d’Italia). Anche per questo motivo, sei medie imprese del Mezzogiorno su dieci investiranno in digitale e green, proseguendo il cammino intrapreso tra il 2020 e il 2022 o con nuovi investimenti entro il 2025. Il restante 40 per cento circa non ha ancora investito nella duplice transizione o non intende più farlo. Sono le barriere economiche a frenare più della metà delle medie imprese del Sud dal fare investimenti 4.0 (contro il 30 per cento delle altre medie imprese), mentre quelle culturali ostacolano prevalentemente la transizione green (38 per cento al Sud, 33 per cento altrove).

“Non esiste un unico Mezzogiorno a cui attribuire un’indiscriminata etichetta di area depressa e senza speranza, ma più Mezzogiorni, alcuni dei quali intraprendenti e ponte di collegamento con il Nord – ha affermato Gabriele Barbaresco, direttore dell’Area Studi Mediobanca. “La provincia di Catania, ad esempio, ha una densità imprenditoriale superiore a quella di Forlì-Cesena, Pesaro-Urbino e Parma. È fondamentale valorizzare le iniziative imprenditoriali di successo del Sud, certamente nell’ambito delle medie imprese, e diffonderle nelle aree meno sviluppate. I giovani, frequentemente presenti nelle amministrazioni locali del Sud, devono essere protagonisti del riscatto: essi possono avere un ruolo nell’ammodernamento e nell’efficientamento della macchina amministrativa, condizione essenziale per fare del Mezzogiorno un’area business friendly e pienamente ricettiva della grande occasione rappresentata dal Pnrr”.

La maggiore dinamicità delle medie imprese del Mezzogiorno è confermata dai risultati conseguiti nell’ultimo decennio. Tra il 2012 e il 2021, queste aziende hanno registrato una crescita del fatturato del 44,4 per cento (contro il 40 per cento delle altre). La loro produttività è cresciuta del 33,1 per cento rispetto al +31 per cento del resto d’Italia e la loro competitività è aumentata di 29,6 punti percentuali rispetto a un incremento di 15,3 p.p. delle altre, con rilevante ampliamento della forza lavoro (+29,3 per cento contro +20,7 per cento). Anche il 2022 si è chiuso con un incremento del fatturato nominale delle medie imprese meridionali pari al +20,9 per cento (+5,5 per cento in termini reali) che supera quello delle altre aree (+16,1 per cento nominale, +1,4 per cento reale). Per quanto riguarda le vendite oltreconfine, le medie imprese del Mezzogiorno hanno archiviato il 2022 con un +25,4 per cento nominale (+10,2 per cento reale) sovraperformando rispetto alle altre aree (rispettivamente +15,7 per cento e +1,7 per cento). È importante sottolineare che queste performance sono state ottenute in contesti non sempre favorevoli. Per esempio, nel decennio 2012-2021, il livello di tassazione delle medie imprese meridionali risulta più elevato rispetto al resto d’Italia (valore medio: 32,7 per cento vs 29,9 per cento).

Dimensione, competenze e riorganizzazione – In risposta all’instabilità del contesto attuale, il 48,6 per cento delle medie imprese del Mezzogiorno ritiene utile incrementare la dimensione aziendale (contro il 47,8 per cento delle Mid Cap delle altre aree) e la stessa percentuale ritiene necessario favorire l’ingresso di competenze più evolute nel proprio CdA (32,1 per cento negli altri territori).  Inoltre, il 28,6 per cento delle medie imprese del Sud ha in progetto di aprire il proprio capitale a soci finanziari (rispetto al 13 per cento nelle altre aree) e l’11,4 per cento prevede di far ricorso al capitale proprietario (contro il 6,8 per cento nelle altre aree).  Risulta altresì importante una corretta gestione delle catene di fornitura soprattutto in un momento in cui l’incertezza geopolitica potrebbe metterne a rischio la continuità. Per porvi rimedio, le medie imprese meridionali puntano all’incremento del numero dei fornitori privilegiando quelli di prossimità (oltre il 40 per cento delle medie imprese meridionali e non) assumendo che la minore distanza riduca i rischi di interruzione e che vi possa essere maggiore collaborazione fra gli operatori.

La forza dei capitali – Tra i capitali ritenuti strategici per lo sviluppo futuro, quello umano rappresenta l’elemento centrale su cui focalizzare i maggiori sforzi. In una scala di rilevanza da 1 a 5 ottiene, tanto per le medie imprese del Mezzogiorno quanto per quelle delle altre aree, un punteggio pari a 4,6 punti, mentre al capitale organizzativo viene attribuito un peso minore dalle aziende di entrambi i territori (rispettivamente 3,7 e 3,5 punti). Il secondo capitale è quello tecnico sia per le Mid Cap collocate nel Sud Italia (4,3 punti), sia per quelle ubicate nel Centro-Nord (4).

Il fenomeno delle grandi dimissioni (Great resignation) –Il capitale umano è ritenuto strategico dalle medie imprese del Mezzogiorno e non solo, ma il 29 per cento non adotta ancora nessuna politica per trattenere i talenti (contro il 15 per cento del resto d’Italia). Tuttavia, quando decidono di agire, la leva salariale resta il primo strumento per combattere la great resignation (29 per cento), seguito a ruota dai benefit aziendali (21 per cento). Anche perché, quando puntano sul proprio personale, le medie imprese meridionali sentono di avere una marcia in più: il 50 per cento che investe in capitale umano stima un aumento del fatturato entro il 2025 contro il 37 per cento di chi non lo fa.

Ambiente, società e governance – Le tematiche Esg rappresentano una parte rilevante delle politiche aziendali e una leva strategica a disposizione delle imprese anche perché rappresentano una garanzia dell’integrità dell’impresa, caratteristica molto ricercata da stakeholders e investitori. Il 62,9 per cento delle medie imprese del Mezzogiorno le considera infatti un trend destinato a perdurare e che deve permeare con convinzione i processi aziendali perché fonte di vantaggio competitivo; la percentuale sale al 65,6 per cento per le medie imprese delle altre aree.

La duplice transizione: digitale e green – Sono tante le medie imprese del Mezzogiorno che scelgono con convinzione la strada della duplice transizione per diventare più competitive: il 38 per cento investirà in digitale e green entro il 2025, in continuità con quanto fatto nel triennio precedente 2020-2022 e il 25 per cento ha in previsione di farlo tra il 2023 e il 2025. Ma c’è un altro 27 per cento più reticente che non ha investito nel passato nella twin transition e non intende farlo per il futuro. A fare da barriere agli investimenti nella digitalizzazione sono soprattutto le risorse economiche interne, i finanziamenti insufficienti e il costo del denaro che rappresentano un ostacolo per il 53 per cento di queste realtà imprenditoriali. Ma a frenare, anche se in misura minore, sono pure il peso della burocrazia (24 per cento) e le questioni di carattere culturale (23 per cento) che costituiscono invece la principale barriera alla transizione green (38 per cento), prima ancora di quella di natura economica.

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