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La catena alimentare dell’economia agricola

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Cosa influisce sui prezzi delle materie prime agricole e soprattutto come funziona la “filiera agricola”? Il mercato della compravendita agricola è complesso (come tutti i mercati del resto) poiché regolato e articolato da diversi fattori, ma il paradosso è che nessuno, persino i più accreditati economisti, sono in grado di stabilire quale sia l’ago della bilancia. Innanzitutto bisogna dire che ogni raccolto deve la sua fortuna anche agli investimenti degli anni precedenti, sia da parte di chi effettivamente utilizzerà il prodotto e sia da parte di chi ci investe semplicemente su. Un fenomeno consolidatosi negli anni 2000 e che prende il nome di commodities alimentari o di derivati agricoli, che altro non sono che strumenti di copertura dai rischi, in quanto danno la possibilità di acquistare o vendere un bene in una data futura e a un prezzo deciso al momento della sottoscrizione del contratto in cui si scommette sul prezzo futuro del bene. Il metodo principale per fare speculazione sul cibo è comprarne grandi quantità quando costa poco e conservarlo fino a quando i prezzi non si alzano. Dunque il mercato finanziario vive di aspettative, e la speculazione si nutre dell’oscillazione dei prezzi che variano ovviamente sulla base di quello che è il raccolto finale sia per valore quantitativo che qualitativo, influenzato da variabili come ad esempio quelle climatiche (per quanto la tecnologia abbia limitato l’importanza delle piogge nell’agricoltura, spesso il clima influenza la predisposizione a determinate malattie ecc), che possono sia favorire che ostacolare il raccolto. A loro volta tutti questi fattori influenzeranno la richiesta, tramite gli investitori, a volte speculatori, che vedendo il prezzo salire compreranno a loro volta, continuando a esasperare il fenomeno e creando una bolla finanziaria che nulla ha a che vedere con la reale disponibilità. Questo atteggiamento lo si nota ormai anche alla base stessa della produzione agricola: la terra. Un’altra forma di speculazione è l’accaparramento delle terre laddove i paesi più ricchi ma con scarsa concentrazione di terreni coltivabili cercano di acquistarne altri per il fabbisogno interno. E qui ecco il mostro: investitori del tutto disinteressati all’agricoltura in sé, comprano la terra per scopi speculativi, anticipando gli incrementi dei prezzi negli anni a venire, naturalmente a scapito dei contadini che coltivano, ma non possono permettersi di acquistare quelle terre. Questo è stato ovviamente un terreno fertile per le banche (oltre che per la borsa), poiché il calo nel valore dei tassi di interesse sui prestiti implica anche bassi rendimenti, portando dunque le banche a cercare ulteriore profitto spostandosi su nuovi mercati, come appunto quello delle materie prime alimentari. Questo ultimamente ha inquinato l’andamento dei prezzi, tanto da dare il via a diverse campagne per far fare un passo indietro a sette banche accusate dalla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo e il Commercio (UNCTD) di speculare sul mercato delle materie prime alimentari, causando un rialzo artificiale nei prezzi del cibo, e persino carestie nei paesi più poveri del mondo. Ciò nonostante, vietare completamente gli investimenti sulle materie prime alimentari potrebbe avere l’effetto opposto rispetto a quello desiderato. L’aumento di prezzi del cibo è stato del 50% dal 2006 ad oggi (con picchi nel 2008 e nel 2011, di quasi il 70%), eppure se alla fine degli anni ’60 le persone sottonutrite erano il 24% della popolazione mondiale, nel 2010-2012 sono scese al 12%; questo può sembrare un paradosso, eppure non lo è in quanto proprio l’uscita dalla povertà di centinaia di milioni di persone nei paesi in via di sviluppo ha portato nuovo reddito, facendo lievitare la domanda e, di conseguenza aumentare i prezzi. E come in tutti fattori economici galeotto è sempre e comunque l’oro nero, il petrolio; si è visto infatti che in coincidenza con i picchi del petrolio, aumenta la domanda per la trasformazione di zucchero e cereali in biocarburante, che toglie spazio alla produzione di cibo. Sacrificare colture alimentari e sostituirle con colture per ottenere biocarburanti e viceversa secondo i picchi del petrolio può spiegare in parte gli improvvisi saliscendi dei prezzi alimentari poiché influenzano appunto la filiera del prodotto dalla terra alla tavola. Altro fattore, in quanto valuta di scambio, il calo del valore del dollaro rispetto alle monete dei paesi emergenti e quindi per questi ultimi un incremento di potere d’acquisto, visto che le materie prime si comprano in dollari. Secondo la Fao tra il 2011 ed il 2020 i prezzi dei cereali aumenteranno del 20% e quelli della carne addirittura del 30%; nel 2050 sarà necessario produrre 1 tonnellata in più di cereali per sfamare la popolazione mondiale, che comunque aumenta. Se questo pronostico mette in luce uno scenario futuro di carenza di alimenti di prima necessità, all’agricoltura italiana interessano storicamente prodotti di qualità e piccola produzione, che vedono già, seppur in maniera diversa, questa tendenza di mercato.

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