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5G, innovazione da entusiasmo (e qualche preoccupazione)

All’inizio, nel 1981, era 1G. Prima generazione di telefoni sviluppati con tecnologia wireless. Da quel momento la sperimentazione non ha avuto freni: prodotti sempre più avanzati e sistemi incentrati sulla missione di velocizzare tutto. Il 2G, partito nel 1991, ha permesso l’uso degli Sms. Il 3G, nel 2005, l’invio di e-mail, la possibilità di scaricare video e l’introduzione del Gps. Il 4G, nel 2010, una maggiore velocità nel trasferimento dei dati.

Benvenuti, in questo 2020, nell’era del 5G. L’ennesimo rinnovamento tecnologico che spalanca definitivamente le porte alla realtà virtuale e alla realtà aumentata. Maggiore velocità nel trasferimento di dati e tempo di latenza pari quasi a zero. I 50 ms diventano solo un ricordo. Banalizzando, si può scaricare un film in soli cinque secondi rispetto agli attuali trenta. O avviare la lavatrice da remoto. Vuoi mettere.

L’irruzione della “5th generation”, da cui 5G, è già realtà. Il primo operatore a lanciare il 5G a livello commerciale in Italia è stato Vodafone. Dal 5 giugno 2019 è partito con Milano, Torino, Bologna, Roma e Napoli.

Aldo Bisio, amministratore delegato del colosso italiano delle telecomunicazioni, ha indicato questo passaggio come una svolta fondamentale per lo sviluppo delle imprese e del comparto delle telecomunicazioni. Il piano di Vodafone prevede di coprire entro il 2021 altre 95 città.

La sfida, in tempo di coronavirus, ha ancora più senso. La trasformazione digitale non è più un vezzo, ma un’esigenza quasi vitale. L’accelerazione è obbligatoria, se vogliamo perpetuare – tra luce e ombre – questo mondo tecnologico. Ogni resistenza al cambiamento è destinata a soccombere. Come avvenuto in passato. Le videoconferenze, anche in tv, stanno diventano la regola. Lo smart working è oggi tra le espressioni più utilizzate. Insomma ci si avvia inesorabilmente verso una società più o meno “paperless”. Cioè senza carta. O, più realisticamente, con molta meno.

Parallelamente alle sperimentazioni e allo sviluppo commerciale, dallo scorso anno su tutto il territorio nazionale vengono installate le nuove antenne telefoniche wifi 5G. Sono più piccole di quelle precedenti. E più numerose. Sfruttano onde radio millimetriche, quelle tra 30 e 300 GHz, che viaggiano su frequenze altissime. Dal momento che la loro gittata è limitata, per una capillare diffusione sono necessarie moltissime mini-antenne disposte a distanza ravvicinata (poche centinaia di metri tra loro) per poter connettere fino a un milione di oggetti per chilometro quadrato.

Sono proprio queste caratteristiche ad accendere le preoccupazioni di molti cittadini perché si genererà una nuova ondata di radiofrequenze senza precedenti, rilanciando l’annosa questione della pericolosità dell’esposizione ai campi elettromagnetici artificiali. Inoltre, denunciano le associazioni ambientaliste, in molti casi sarà necessario rimuovere eventuali oggetti “non indispensabili” che ostacolano la corretta diffusione del segnale, ad esempio le chiome degli alberi.

In effetti, specie nelle ultime settimane, si parla di 5G più per i timori di inquinamento ambientale che non per conoscere tecnicamente questa rivoluzionaria novità. E non mancano, per la cronaca, presunti collegamenti con l’emergenza coronavirus, basati – secondo i sostenitori di questa ipotesi – sulla sovrapposizione tra le mappe di maggior concentrazione di antenne 5G e quelle di maggior diffusione della pandemia, su teorie sulla comunicazione con segnali elettromagnetici da parte dei virus e sulla nascita delle grandi pandemie con l’inizio dell’esposizione a nuovi tipi di onde elettromagnetiche a livello mondiale.

Eppure, tra grandi entusiasmi e profonde preoccupazioni, che stanno dividendo in due l’opinione pubblica, il primo obiettivo dovrebbe essere quello di conoscere in modo più approfondito la complessa materia. Anche perché, come c’insegnano, il progresso non si può arrestare, al limite si può gestire meglio.

UNA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA – Iniziando dall’aspetto tecnico, il 5G, standard di quinta generazione per le connessioni internet e di telefonia mobile (che supera la forma avanzata del 4G, chiamata Imt-Advanced, attualmente in uso) apre le porte all’ennesima rivoluzione tecnologica che investirà ogni settore della nostra vita quotidiana.

La novità è costituita da una connessione molto più rapida di quella attuale, con una velocità di download massima in condizioni ottimali che passa da 1 a 20 Gb/s e una capacità dieci volte superiore. Una condizione che assicura di mantenere in contemporanea connessi un numero di dispositivi dieci volte più elevato rispetto ad oggi.

L’innovazione s’inserisce nello sviluppo del cosiddetto Internet of things (IoT), cioè l’internet delle cose, concetto introdotto da Kevin Ashton nel 1999. Si tratta della stretta interconnessione di computer, telefoni e altre apparecchiature (televisori, elettrodomestici, condizionatori, ecc.), alla base anche della domotica.

In sostanza sarà tutto gestibile da un solo terminale, anche a chilometri di distanza. L’esempio più classico è l’accensione del riscaldamento o della refrigerazione molto tempo prima di entrare a casa o in ufficio.

Il 5G, però, non si limita a ciò. Investe altre realtà crescenti, dai big data alla blockchain, dal cloud all’e-health. Occorre, quindi, procedere con ordine perché i settori principalmente coinvolti sono tanti.

Tutta l’Industria 4.0, ad esempio, è basata sulla digitalizzazione dei processi a supporto della produzione (asset tracking, smart safety e smart maintenance all’interno di uno stabilimento produttivo) e della filiera produttiva (sensori distribuiti).

L’agricoltura di precisione, basata sulle nuove tecnologie, aumenta la produttività, razionalizza le risorse, diminuisce l’inquinamento.

Nel commercio, oltre all’automazione, sorprendono le confezioni che avvisano quando un prodotto sta per scadere o i contenitori che segnalano la mancanza di un prodotto.

Il 5G migliora, inoltre, il monitoraggio ambientale e i sistemi di sorveglianza e di sicurezza.

Nelle attività di promozione turistica, si può prevedere l’uso della realtà aumentata, con nuove esperienze immersive che possono anche “spostare” il turista in avanti o indietro nel tempo, con ricchezza di informazioni e riproduzioni storiche.

La rivoluzione coinvolge anche la salute con la cosiddetta “diagnostica remota”: grazie a questa connessione ad elevata affidabilità, già in ambulanza è possibile la gestione tempestiva di situazioni critiche e durante il trasporto si possono effettuare esami, evitando la ripetizione all’arrivo in ospedale. O addirittura prevedere la condivisione di parametri vitali e esami per immagini in tempo reale con l’equipe ospedaliera e l’intervento da remoto degli specialisti.

In termini di benessere individuale, utile l’attrezzistica da fitness connessa ai sensori di monitoraggio che possono configurarsi dinamicamente.

In ambito di mobilità, è possibile lo scambio di informazioni da sensoristica diffusa su infrastrutture stradali e veicoli, l’arricchimento dei sistemi di assistenza alla guida con nuovi dati su veicoli in movimento, eventi potenzialmente pericolosi e condizioni stradali o l’estensione del raggio “visivo” dei sistemi di sicurezza anticollisione.

Insomma, i campi d’applicazione sono infiniti e l’apporto sarà certamente proficuo in termini di competitività delle imprese e di miglioramento dell’organizzazione sociale.

Il 5G, come ricorda una nota ministeriale, in sintesi “non è semplicemente un’evoluzione del 4G”. E’ una piattaforma che apre nuove e clamorose opportunità di sviluppo. Si tratta di una tecnologia abilitante per servizi innovativi che cambieranno profondamente il modo di vivere e di spostarsi o la maniera stessa di produrre da parte delle imprese. E’ una tecnologia in forte discontinuità con il passato sia per quanto riguarda la velocità sia il tempo di latenza; ha potenzialità enormi sul fronte dei servizi che potranno essere sviluppati e sarà volano di crescita per ogni sistema produttivo.

Tutto bene, quindi?

In termini teorici sì. Ma, specie in Italia, tutto ciò che è innovazione si scontra spesso con gli annosi ritardi, a cui contribuiscono sia la burocrazia, sia la disorganizzazione, sia immancabili preconcetti. Eppure proprio l’emergenza coronavirus sta dimostrando l’importanza delle nuove tecnologie per mantenere connesso il Paese, per mandare avanti tante attività (appunto, con il benefico smart working o con l’apprendimento a distanza), per supportare la rete ospedaliera, per razionalizzare la pressione determinata da situazioni senza precedenti in ogni settore della nostra esistenza. In Italia, tra l’altro, partiamo da un livello di connettività spesso insoddisfacente, specie nelle zone interne: proprio le tecnologie mobili potrebbero colmare il digital divide, anche perché la posa della fibra spesso incontra difficoltà legate all’orografia dei territori.

L’APPORTO PUBBLICO – La Commissione europea, che considera questa tecnologia un’opportunità strategica per il nostro continente, già da anni ha dato attuazione al “5G Action Plan”, invitando gli Stati membri ad individuare, entro il 2018, almeno una città dove avviare la sperimentazione del 5G.

In Italia da tre anni il ministero dello Sviluppo economico sta sostenendo la realizzazione di sperimentazioni pre-commerciali di questa tecnologia, che si dovrebbero concludere il 31 dicembre 2021. La pubblicazione del bando pubblico relativo alla sperimentazione del 5G in cinque città italiane è avvenuta il 16 marzo 2017. Cinque mesi dopo è stata resa pubblica la graduatoria dei progetti da parte della commissione esaminatrice, Il 6 settembre 2017 è stata avviata la procedura negoziata per i progetti selezionati per ciascuna delle aree territoriali scelte per la sperimentazione.

Il 16 ottobre 2017 è stato presentato al pubblico il primo progetto sperimentale per l’utilizzo della tecnologia 5G sulle bande di frequenza 3.7-3.8 Ghz, che vede interessate le aree metropolitane di Prato e l’Aquila. Ad aggiudicarselo è stato il consorzio costituito da OpEn Fiber e Wind Tre con 50 milioni di investimento.

Un altro progetto è nell’area metropolitana di Milano, assegnato a Vodafone Italia con 90 milioni di investimento.

Il terzo progetto interessa le città di Bari e Matera. Il terzo lotto è stato aggiudicato da un consorzio di imprese composto da Tim, Fastweb e Huawei, con 60 milioni di investimento.

Esistono, poi, altri investimenti. Ericsson e Tim a Torino e Sanremo, Ericsson e Fastweb a Genova e Roma, Nokia e Tim a San Marino. Proprio Ericsson ha presentato di recente un approfondito rapporto sulle potenzialità del 5G sull’industria italiana, con numeri sui ricavi potenziali per gli operatori delle telecomunicazioni e di dieci settori industriali, identificati come quelli a maggior potenziale.

Attualmente 120 piccoli comuni, la tipologia che riceverebbe maggiori benefici dalla nuova tecnologia, sono coinvolti nell’attuazione del Piano nazionale 5G. Si tratta di uno specifico intervento per ridurre il digital divide. Il presidente di Uncem, Marco Bussone, di recente ha ricordato che ammontano a circa 1.200 i comuni che attualmente lamentano problemi di accesso alla telefonia mobile.

“In troppe parti del Paese uno o più operatori hanno difficoltà a garantire segnali adeguati – ha continuato Bussone. “Per non parlare della mancanza di banda larga fissa. Un divario digitale di cui il Paese si è accorto soprattutto in questi giorni con l’emergenza sanitaria e che impone dunque alla politica di mettere al più presto questi temi nell’agenda della ripresa”.

Tuttavia da più parti ci si lamenta che le misure poste in atto dal governo per consentire ai colossi delle telecomunicazioni di accelerare sulla posa delle reti in fibra si stanno dimostrando insufficienti. In effetti, rispetto ai tempi di partenza, non mancano i ritardi.

LA QUESTIONE AMBIENTALE – Il rovescio della medaglia è costituito dai timori sul fronte della salute e dell’ambiente per il massiccio aumento di nuovi campi elettromagnetici, che andranno inevitabilmente a sommarsi a quelli generati dalle reti già esistenti. Dalle circa 60mila antenne già attive in Italia per il 3G e per il 4G, si passerà ad almeno dieci volte tante, nella stima più prudente. Un incremento di onde elettromagnetiche certamente non benefiche per la salute umana. Tuttavia ciò è frutto anche di una contraddizione tutta italiana: i limiti più stringenti imposti dalla normativa italiana determinano l’installazione di un maggior numero di antenne.

La conseguenza è la nascita di comitati anti-5G, che denunciano tale prospettiva. A ciò si somma la scarsa conoscenza della materia da parte delle amministrazioni locali.

La legge prevede una demarcazione ai campi elettromagnetici prodotti dalle radiofrequenze. Nel 1998 è stato il limite di esposizione a 6 Volt metro per ogni intervallo di 6 minuti. Il problema vero è che gli studi in materia non sono uniformi. O addirittura sono carenti. Difficile, in particolare, focalizzarsi sugli effetti a lungo termine della nuova tecnologia proprio perché il 5G è una novità assoluta.

Livio Giuliani, biofisco e ricercatore, conferma che “sul 5G non esistono studi in vitro (cellule), in vivo (cavie) ed epidemiologici”.

L’unica certezza è che la collocazione di antenne, nel passato, ha spesso alimentato infuocate proteste da parte della popolazione. Nota la vicenda delle antenne di Radio Vaticana a Cesano, in provincia di Roma, oggetto di lunghissime battaglie, di carte bollate e di perizie. Nel 2010 arrivarono i risultati della perizia del professor Andrea Micheli, perito dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, ordinata dal gip Zaira Secchi nel 2005, nel tentativo di far luce sull’incremento di malattie e morti tra la fine degli anni Ottanta e il 2003. Il risultato della perizia, come riportò il Corriere della Sera, era il seguente: “Lo studio suggerisce che vi sia stata un’associazione importante, coerente e significativa tra esposizione residenziale alle strutture di Radio Vaticana ed eccesso di rischio di malattia per leucemia e linfomi nei bambini, e che le strutture di MariTele [di proprietà della Marina Militare], in modo limitato e additivo, abbiano plausimibilmente contribuito all’incremento di quel rischio”.

Al di là della ricca letteratura su tale materia, le discussioni vanno avanti da diversi decenni, ma l’installazione di antenne non s’è certo fermata. Come spiega Nicola Pasquino, docente dell’Università di Napoli, esperto di 5G, “il tema è spinoso, tecnicamente complesso e per questa ragione si presta ad essere oggetto di cattiva informazione, spesso in modo strumentale”. Lo studioso ricorda che “l’analisi di impatto elettromagnetico fornita dalle telco ai Comuni in fase preliminare e quindi per ottenere le autorizzazioni alla posa delle antenne, serve a dimostrare che le strutture già esistenti in aggiunta a quelle nuove non superano i limiti”. Alla relazione delle società di telecomunicazione si aggiunge poi la valutazione delle Arpa e degli stessi Comuni, attraverso un’attività di monitoraggio che serve a verificare che i limiti non vengano superati.

Le società di telecomunicazione si difendono evidenziando che non hanno alcun interesse a generare eccessiva potenza, per evitare l’interferenza.

IL TEMA DEL “CONTROLLO” – Un altro aspetto molto dibattuto è quello del controllo continuo da parte delle nuove tecnologie sulla vita degli individui. Il 5G assicurerebbe un ulteriore impulso alla profilazione immediata di dati, alla loro possibilità di “spacchettarli” in modo veloce per utilizzarli in modo selettivo e mirato, alla registrazione di ogni azione da parte dell’utenza, al continuo tracciamento di movimenti e posizioni. Un tema tornato prepotentemente d’attualità a seguito del Covid-19, sia per l’app “Immuni” sia per i controlli tramite i droni. Non mancano esponenti della società civile, ma anche della politica, che denunciano limitazioni progressive della libertà attraverso questo genere di nuove tecnologie, che pongono anche la questione della sicurezza dei dati e dell’affidabilità della loro gestione,

C’è chi pone problemi di levatura maggiore, che esulano il già grave controllo del singolo cittadino. Che succede se in ballo rientrasse la sicurezza di un’intera nazione, specie in Italia dove i servizi tecnologici più importanti sono spesso appaltati all’esterno? Davvero possiamo stare tranquilli affidando la gestione delle reti, ad esempio, a multinazionali cinesi?

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