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La geopolitica delle parole vane

Da mesi intorno ai tavoli istituzionali si discute molto sulle turbolenze nel mondo. Ma, purtroppo, si produce davvero poco per attenuarle.

L’Ucraina, ad esempio, è da tempo al centro di febbrili colloqui multilaterali, ma intanto la popolazione civile continua a pagare con il sangue il prezzo dell’inconcludenza, in particolare sotto i missili russi. La guerra va avanti ininterrottamente da ormai da quattro anni.

Non meglio va sul fronte palestinese, dove addirittura – dopo le oceaniche manifestazioni di piazza in mezza Europa, Italia compresa – troneggia un silenzio assordante da parte della politica e dell’opinione pubblica. La Palestina “non è più di moda”, nonostante la situazione, soprattutto in Cisgiordania, non sia cambiata affatto. E le violenze siano quotidiane.

I numerosi conflitti in Africa continuano a non fare notizia, comprese le scie di violenze che accompagnano ogni elezione. E ciò non è una novità.

In Iran i crimini contro l’umanità sono all’ordine del giorno e dallo scorso 8 gennaio alla popolazione è precluso l’accesso ad internet per evitare di raccontarli. Si ventila da settimane il possibile cambio di regime, anche attraverso il solito uso della forza esterna; ma oltre a non sembrare imminente, non è certo finalizzato alla garanzia dei diritti umani ma a meri interessi economici. L’Iran, infatti, non è soltanto il Paese dove da decenni una repubblica islamica autoritaria attua una brutale repressione di ogni forma di opposizione (soltanto in questo inizio di 2026 si stimano oltre 12mila decessi di dissidenti), ma è principalmente – per i poteri internazionali – il Paese che ha le seconde maggiori riserve di gas naturale al mondo e le quarte di petrolio. Metterci le mani e rendere questa nazione da 93 milioni di abitanti (la maggior parte giovani) l’ennesima società dai consumi compulsivi è il vero obiettivo di chi sembra abbia preso a cuore la “causa iraniana”. Ma sempre a parole.

In questo sconfortante scenario, che rende instabili le speranze individuali e accresce le inquietudini sociali, l’unica voce – purtroppo vana – che richiama l’importanza della pace “disarmata e disarmante”, contro il riarmo e a favore del dialogo perseverante è quella di Papa Leone XIV. E il Pontefice si muove in un contesto mondiale che registra una preoccupante caduta spirituale che genera divisioni profonde, compresa l’affermazione dell’individualismo e la scristianizzazione, che stanno facendo eclissare i valori base dell’evoluzione umana, la dignità, la libertà, i beni comuni. Un’economia che per riprendersi – come in Germania – deve affidarsi all’industria bellica è indubbiamente malata.

Di fronte a questi contesti, riteniamo che l’errore peggiore sia quello di abituarsi alla logica dei conflitti. Non soltanto a quelli bellici, con la conseguente scia di sangue innocente, ma anche a quelli che ormai quotidianamente vanno in scena a livello geopolitico, dove le minacce e le retoriche della “forza per garantire sicurezza” prevalgono sulla ragione, dove i ricatti dei dazi o le incursioni informatiche stravolgono equilibri e assetti.

L’economia e la finanza, da strumenti al servizio del cittadino, sono diventate componenti degli interessi delle élite. Se aggiungiamo all’elenco delle aree a rischio la Groenlandia delle nuove rotte e delle risorse naturali ormai abbordabili a causa dei cambiamenti climatici (sic) e il ricchissimo Venezuela liberato da Maduro ma non dal chavismo, ci rendiamo conto che senza un reale cambiamento della governance mondiale, i problemi sono destinati ad aumentare. Del resto, ben il 72% della popolazione mondiale (5,8 miliardi di persone) vive sotto regimi autocratici o democrazie illiberali e le pressioni per il cambiamento, guarda caso, vengono esercitate dai “governi del mondo” unicamente verso territori ricchi di petrolio e di gas.

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