mercoledì , Aprile 29 2026
Home / Comunicazione / Agricoltura, Pesca & Ambiente / Inquinamento nel Mediterraneo: plastica in più di una “palla di mare” su tre

Inquinamento nel Mediterraneo: plastica in più di una “palla di mare” su tre

Comunemente note come “palle di mare”, le Aegagropile si formano naturalmente dai residui fibrosi della Posidonia oceanicae diventano un indicatore naturale dell’inquinamento marino da plastica. Secondo un recente studio condotto da Enea e pubblicato sulla rivista internazionale Environments, oltre una sfera su tre di Posidonia contiene frammenti plastici.

“Le Aegagropile si formano naturalmente quando i residui fibrosi della Posidonia vengono modellati dalle correnti sul fondale e durante questo processo intrappolano i detriti e le plastiche presenti nel sedimento – spiega Patrizia Menegoni del laboratorio Enea di Biodiversità ed ecosistemi. “In pratica – aggiunge – funzionano come trappole naturali che, senza ricorrere a tecniche complesse o campionamenti invasivi, sono in grado di concentrare le plastiche presenti sul fondale, restituendoci un segnale chiaro dello stato di contaminazione dell’ecosistema costiero”.

La ricerca, realizzata lungo tredici siti della costa laziale, ha analizzato 1.300 Aegagropile, evidenziando come il 34,9% di queste strutture naturali sia contaminato. In totale sono state identificate 1.415 particelle plastiche, con una media di 3,1 elementi per sfera.

Dal punto di vista dimensionale, quasi la metà dei materiali rinvenuti (48,7%) è costituita da microplastiche, ovvero frammenti inferiori ai 5 millimetri. A queste seguono le mesoplastiche (29,6%) e le macroplastiche (21,9%), delineando un quadro complesso e diffuso dell’inquinamento.

L’analisi morfologica ha mostrato una netta prevalenza di fibre e filamenti sintetici. Tra i polimeri più diffusi figurano nylon e PET (polietilene tereftalato), ampiamente utilizzato per il confezionamento di alimenti e bevande, seguiti da polietilene e polipropilene. Le analisi spettroscopiche hanno inoltre evidenziato segni di degradazione chimica, indicando che molte microplastiche derivano dalla frammentazione di oggetti più grandi, confermando la loro origine secondaria.

Un dato particolarmente significativo riguarda la correlazione tra la presenza di microfibre e la vicinanza agli impianti di trattamento delle acque reflue. Questi sistemi riescono infatti a trattenere solo in parte le fibre sintetiche rilasciate durante il lavaggio domestico dei tessuti, che finiscono poi in mare e si depositano sui fondali.

“In un Mediterraneo considerato tra i bacini più esposti all’inquinamento plastico – conclude Patrizia Mengoni – le praterie di Posidonia oceanica, già fondamentali per ossigenazione, stabilizzazione dei sedimenti e sequestro del carbonio, si rivelano in questo modo anche preziose alleate nella sorveglianza ambientale, trasformandosi in indicatori naturali e a basso costo, capaci di rivelare quanto la plastica sia ormai entrata stabilmente nei cicli ecologici dei nostri mari”.

Dal punto di vista metodologico, lo studio si è basato su un protocollo strutturato con raccolta manuale delle sfere sulle spiagge, apertura delle Aegagropile, osservazione al microscopio e identificazione dei polimeri attraverso tecniche standardizzate.

“L’aspetto innovativo è la trasferibilità del metodo che può essere replicato con facilità da laboratori ambientali e agenzie territoriali. Costi contenuti, procedure standard e possibilità di applicazione su larga scala rendono il monitoraggio facilmente accessibile e comparabile nel tempo e nello spazio”, sottolinea Loris Pietrelli, del Consiglio scientifico di Legambiente, già ricercatore Enea e coautore dello studio.

Check Also

maltempo

Maltempo 2026: sospesi i contributi previdenziali in Calabria, Sardegna e Sicilia

A seguito dello stato di emergenza dichiarato dal governo per gli eventi calamitosi che hanno …