
Nel celebre film “Finché c’è guerra c’è speranza” del 1974, diretto e interpretato da Alberto Sordi, la famiglia del protagonista Pietro Chiocca – un abile venditore internazionale di armi – può concedersi una vita lussuosa grazie all’attività dell’instancabile “mercante di morte”. E quando, a seguito di un’intervista, l’attività del Chiocca diventa di pubblico dominio e genera disprezzo anche da parte dei familiari, di fronte alla prospettiva di abbandonare quel redditizio lavoro che procura agiatezza, gli stessi familiari tornano sui propri passi.
La guerra, come sentenziava Trilussa in una poesia del 1914, è soprattutto “un gran giro de quatrini”. Ma che finiscono nelle tasche di pochi. Il quotidiano britannico The Guardian rileva che le cento maggiori compagnie petrolifere e del gas – dalla saudita Aramco (utile netto oltre i 120 miliardi di dollari) alle russe Gazprom, Lukoil e Rosneft fino alle statunitensi Chevron, ExxonMobil e Shell – hanno generato oltre 30 milioni di dollari l’ora in profitti extra nel primo mese della guerra. Credito e finanza, che fanno soldi anche a mezzo di soldi, vedono utili in crescita: secondo Bloomberg, le statunitensi Bank of America, Citi, Goldman Sachs, Morgan Stanley, JP Morgan e Wells Fargo hanno accumulato 47,4 miliardi di dollari di profitti nel primo trimestre 2026 (per Goldman Sachs sarebbe la migliore performance nella sua secolare storia). Le industrie di armi, ovviamente, sono in piena attività.
Il rovescio della medaglia, però, investe tutto il resto. Nell’ultimo “World Economic Outlook”, lo studio sulle prospettive e le politiche economiche condotto dallo staff del Fondo monetario internazionale, solitamente pubblicato due volte l’anno con aggiornamenti intermedi, il conflitto del Golfo incarna ovviamente il ruolo del protagonista in negativo. È la causa della contrazione del Pil mondiale (previsioni dal 3,4 al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027) e dell’aumento dell’inflazione previsto al 4,4%. Scenari peggiori indicano la crescita al 2% e l’inflazione al 6%, con salari erosi e servizi pubblici sotto pressione. Una combinazione che fa riemergere lo spettro della stagflazione.
Il capo-economista del Fondo monetario, Pierre-Olivier Gourinchas, nell’introduzione al World Economic Outlook, affronta il particolare il problema della chiusura dello Stretto di Hormuz che alimenta il rischio di una grave crisi energetica. I tagli delle prospettive investono anche l’Italia, con il Pil in crescita allo 0,5% sia nel 2026 sia nel 2027 e il debito pubblico verso il 138,8% del Pil.
Lo stesso Fondo monetario internazionale prevede la crescita del numero di Paesi – attualmente sono cinquanta – che potrebbero aver bisogno di nuovi finanziamenti, in particolare coloro che sono grandi importatori di energia.
Tutto ciò rivela un’amara verità: se per Alberto Sordi la guerra alimentava speranza, l’attuale numero di conflitti attivi nel mondo – a livelli che non si vedevano dalla fine della seconda guerra mondiale secondo lo stesso Fmi – pone invece seri rischi per la stabilità globale. Gli ingenti investimenti nella difesa, come sta avvenendo in Germania, alimentano solo parzialmente una ripresa economica, come attesta lo stesso Fondo monetario, in quanto il prezzo da pagare per la collettività è alto in termini di aumento del debito pubblico, crescita dell’inflazione e taglio del welfare. Il Fmi nel suo studio evidenzia, dopo aver analizzato i bilanci di 164 Stati, come circa due terzi del rilevante aumento di spese militari venga finanziato attraverso deficit pubblico.
Il “ World Economic Outlook” dedica uno specifico capitolo – “La macroeconomia dei conflitti e della ripresa” – ad un altro tema legato ai conflitti: la ricostruzione. Anche qui, per l’economia si tratta di un palliativo rispetto alle profonde cicatrici inflitte da un conflitto bellico. Mentre le principali aziende di armi fanno sempre affari, tanto in tempo di guerra quanto in quello di pace (negli ultimi vent’anni hanno raddoppiato le vendite di armamenti) e la ricostruzione dà ossigeno solo ad alcune grandi aziende, in particolare nell’edilizia, le guerre – evidenzia il Fmi – lasciano invece cicatrici durature, per esempio la riduzione della capacità produttiva del Paese, la contrazione dei consumi privati e degli investimenti, con effetti anche sugli Stati vicini: prevalentemente attraverso le interruzioni delle catene di approvvigionamento e del commercio, l’aumento dei prezzi delle materie prime e i flussi migratori, con una contrazione media del Pil di circa il 7% in cinque anni.
La devastazione degli impianti taglia le reti di trasporto, energia e comunicazioni, accrescendo i costi di produzione. La perdita di capitale umano – attraverso mortalità, migrazioni forzate, interruzione dell’istruzione – riduce la produttività.
Non dimentichiamo, del resto, che l’Italia in macerie dopo la seconda guerra mondiale ha beneficiato, tra il 1948 e il 1952, del miliardo e mezzo di dollari dell’epoca del Piano Marshall (pari a circa il 2% del Pil), che ha comportato, però, una costante sudditanza politica ed economica ai diktat statunitensi.
Come scrive Roberto Petrini su Avvenire, l’idea che la guerra possa ‘rilanciare’ un’economia si scontra con la realtà dei fatti. “L’intensità dell’attività economica durante i conflitti – fabbriche attive, produzione militare, mobilitazione del lavoro – non crea ricchezza. Ci troviamo di fronte invece ad una riallocazione forzata che consuma capitale fisico e umano e riduce il potenziale di lungo periodo – spiega il giornalista romano.
Insomma, finché c’è guerra non c’è assolutamente speranza.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
