
Nel nostro Paese si torna a parlare di energia nucleare. Lo si fa a quasi quarant’anni dalla rinuncia all’energia da fissione nucleare in Italia, avvenuta a seguito del primo referendum abrogativo del 1987 (si votò sull’onda emotiva del disastro di Černobyl dell’anno prima), che ha determinato l’arresto delle centrali nucleari attive (Caorso, Latina e Trino) e l’interruzione dei lavori di costruzione delle centrali di Montalto di Castro e di Trino 2. Sono inoltre trascorsi esattamente 15 anni dal secondo referendum del giugno 2011, svoltosi poco dopo l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, che ha sancito di nuovo l’abbandono dello sviluppo nucleare in Italia per la produzione di energia elettrica.
Il governo Meloni, anche a fronte della drammaticità di un problema che si ripresenta ciclico, è quanto mai deciso a riprendere questa strada. Spiega che lo sta facendo anche in virtù dei progressi tecnologici in materia, relativi in particolare agli SMR (Small Modular Reactors), cioè reattori nucleari di piccole dimensioni – tra l’altro più facilmente trasportabili – basati su fissione nucleare e con potenze in genere inferiori ai 300 megawatt, quindi distanti dalle migliaia di megawatt che si possono raggiungere con le centrali tradizionali. Costerebbero meno: le stime vanno dai 2-3 miliardi di euro rispetto ai 10-15 miliardi che ci vogliono per un reattore tradizionale di grandi dimensioni. Tuttavia le variabili sono molteplici, condizionate principalmente dal numero delle future commissioni da parte dei governi – più saranno e più si abbasseranno i prezzi – e dai costi di gestione.
Secondo l’esecutivo italiano, 20 SMR coprirebbero circa il 10% del fabbisogno elettrico nazionale. Tutto questo avverrebbe tra non meno di dieci anni.
Si parla, infatti, di una tecnologia ancora ai primordi, in fase di sperimentazione in Cina e in Russia, mentre in Ontario, in Canada, è in costruzione un primo SMR con quattro piccoli reattori modulari, la cui operatività è prevista dopo il 2030. In Italia l’attenzione è in particolare su Nuclitalia, partnership tra Ansaldo Energia, Enel e Leonardo, che sta muovendo i primi passi su questo complesso terreno.
Ma, al di là della ricerca scientifica, sempre meritoria, avrà purtroppo un ruolo anche la burocrazia su cui, è arcinoto, non eccelliamo: licenze, valutazioni, come quella dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, l’individuazione delle aree dove collocare i modelli di SMR che andranno comunque selezionati (probabili anche i contenziosi con le amministrazioni locali e i ricorsi amministrativi). Occorrerà anche individuare i fornitori per il combustibile nucleare: per fare funzionare questo tipo di reattori occorre un tipo di uranio che attualmente è commercializzato soltanto dalla Russia. Insomma, un ginepraio.
In fondo, il quadro non è molto differente da quello riguardante le rinnovabili, dove tanta potenzialità è ferma da anni con il nodo delle autorizzazioni. A cui si sommano i problemi tecnici: se è vero che i costi di installazione si sono notevolmente ridotti negli ultimi anni, resta il problema dell’instabilità della rete elettrica per cui una rilevante quota di energia da fonti rinnovabili va dispersa.
Oggi, secondo gli ultimi dati di Terna relativi a maggio 2026, l’energia da fonti rinnovabili – benché incostante – copre poco più della metà del valore totale dell’energia immessa nel sistema elettrico italiano. Più di un terzo è garantito dall’idroelettrico e analoga percentuale dal fotovoltaico. Il resto è distribuito tra eolico (13,8%), biomasse (8,3%) e geotermico (3,4%). La produzione nazionale copre l’86,5%, il resto è scambiato con l’estero.
È importante tenere presente tale quadro perché la richiesta di energia è costantemente in aumento. E senza energia, specie oggi, non ci sarebbe lavoro: le aziende sarebbero ferme, ma anche qualsiasi comune cittadino avrebbe enormi problemi a portare avanti le abituali attività quotidiane.
Ecco perché, in questo panorama estremamente complicato, la Camera dei deputati, nelle ultime ore, ha approvato il disegno di legge delega del governo sull’energia nucleare, che era stato presentato dal Consiglio dei ministri all’inizio del 2025. Per le prossime settimane è prevista l’approvazione da parte del Senato. Poi il governo avrà un anno di tempo per scrivere i decreti attuativi.
Al di là dell’adesione ideologica o meno alla strada nucleare da parte di ognuno di noi, dettata ovviamente da informazioni che non saranno mai esaustive, il problema principale sono i tempi: se saranno oggettivamente lunghi quelli dell’iter burocratico, non saranno certo brevi quelli per l’eventuale realizzazione degli impianti, per i quali si prevede ottimisticamente, appunto, almeno un decennio. Resta poi l’annoso problema dell’individuazione delle aree in cui conservare le scorie radioattive.
Nel frattempo, comunque, il dibattito va avanti. Conquista ampli scenari e diventa incandescente. La frattura è nota e riflette un carattere ormai storico: da una parte i fautori delle rinnovabili, in genere collocati a sinistra, dall’altra quelli per il nucleare di nuova generazione, per lo più rappresentati dagli esponenti del centrodestra. In entrambi gli schieramenti, anche a causa delle posizioni non univoche da parte del mondo scientifico, non mancano accuse di atteggiamenti puramente ideologici verso gli avversari.
In particolare, gli ambientalisti evidenziano come le nuove frontiere della ricerca sul nucleare relativa alla tanto “agognata” fusione (al posto dell’attuale fissione, la reazione nucleare opposta alla prima) siano ancora agli inizi e con risultati poco entusiasmanti. Inoltre, aggiungono, i costi di questa strada sarebbero molto elevati. Non mancano poi accuse più politiche, circa la scelta di un business che favorirebbe poche multinazionali, finora cinesi, rispetto alla pluralità di soggetti coinvolti nelle rinnovabili nelle quali, tra l’altro, c’è chi fa rientrare il nucleare.
Viceversa, gli esponenti di centrodestra accusano la sinistra di disfattismo: emblematico l’atteggiamento contro l’atomo, ma anche, a livello locale (come nella Sardegna della governatrice pentastellata Todde), contro l’impatto ambientale degli impianti rinnovabili. Un’evidente contraddizione.
Queste tensioni che stanno attraversando il sistema energetico italiano, tra oggettiva difficoltà nella transizione determinata anche dal nuovo assetto geopolitico, costi crescenti delle bollette, crisi industriali di aziende sempre più energivore, dipendenza tecnologica dalla Cina per le rinnovabili e dagli Stati Uniti per il gas, rientrano in un quadro europeo non meno nebuloso.
È vero che i conflitti in Ucraina e in Medio Oriente stanno accentuando i problemi, ma le criticità nascono prima di queste guerre e della controversa presidenza Trump. La liberalizzazione dei mercati dell’elettricità e del gas operata dall’Unione europea a metà degli anni Novanta ha mancato di lungimiranza e ha peccato di vulnerabilità strategica, affidando alla Russia un ruolo di primo piano quale fornitore “affidabile”. Il successivo “Green Deal” comunitario, varato nel 2019 e incentrato sulla lotta (solitaria tra i continenti) al cambiamento climatico, con l’obiettivo di ridurre le emissioni di almeno il 50-55% entro il 2030, ha mandato tante industrie europee all’aria, a cominciare da quella automobilistica, falcidiata anche dai dazi. E in fondo anche il “REPowerEU”, nato principalmente per eliminare la dipendenza dai combustibili fossili russi, ha dimostrato ennesimi limiti nella complessità burocratica che ha determinato, in primis, i forti ritardi attuativi.
A fronte di questi errori e con un nuovo quadro politico, ora l’Europa insegue una propria sovranità energetica e industriale, che comporta, però, dei costi enormi e soprattutto la necessità di ridefinire il proprio modello economico e industriale in un mondo sempre più complesso e instabile.
Ci sono, comunque, notizie altamente positive. Una riguarda l’adeguatezza del sistema elettrico europeo, specie in vista dell’estate ormai alle porte: secondo il nuovo Summer Outlook 2026 di Entso-E, la rete dei 40 gestori europei della trasmissione elettrica, il sistema comunitario è abbastanza resiliente, cioè capace di garantire costantemente la fornitura energetica necessaria a coprire la domanda dei consumatori. I margini di sicurezza sarebbero assicurati anche in condizioni critiche.
Di questa positività farebbe parte anche il nostro Paese, grazie anche all’aumento della capacità rinnovabile (aumentata di circa 6,1 GW rispetto all’anno precedente) e al raddoppio dei sistemi di accumulo a batteria, benché – nota negativa – l’Italia continui a fare troppo affidamento sulle importazioni dai Paesi vicini per coprire i consumi durante le ore critiche in condizioni meteorologiche severe, come le ondate di calore che determinano un forte aumento della domanda, specie in Sicilia.
Altra notizia incoraggiante riguarda il Lazio: secondo i dati raccolti da Ciro – Climate indicators for italian regions – la piattaforma sviluppata da Italy for Climate in collaborazione con Ispra, che analizza le performance ambientali regionali attraverso 27 indicatori chiave fonti: Istat, Ispra, Enea, Aci, Gse, ministeri e altri organismi) suddivisi in otto temi, la regione del Centro Italia è prima per quota di conseguimento del target di energie rinnovabili al 2030, con il 56% contro una media nazionale del 31%, e anche in termini di kW di nuovi impianti installati nel 2025, in rapporto alla superficie (seconda la Puglia e terza la Sicilia). Il Lazio detiene anche il primato per immatricolazioni di auto elettriche con il 5,4% nel 2024, contro una media nazionale del 4% (seconda la Valle d’Aosta, terza la Lombardia). si posizionano Friuli Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige, mentre in ultima posizione figura la Valle d’Aosta.
Un vulnus generale riguarda la quota di edifici in classe A, ancora bassa in tutta Italia. Un dato emblematico dei nostri ritardi generali su questo fronte energetico, che stiamo pagando a caro prezzo.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
