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L’importante apporto delle imprese estere in Italia

È stato presentato nei giorni scorsi a Roma il Rapporto annuale dell’Osservatorio imprese estere, a cura di Anna Ruocco e Roberto Monducci, pubblicato da Rubbettino. Nelle 256 pagine del volume sono riportati dati particolarmente interessanti e significativi sul contributo che le aziende a controllo estero garantiscono alla competitività dell’industria italiana, specie in questa fase caratterizzata dalle metamorfosi geopolitiche collegate anche dalla competizione tra nuovi e vecchi protagonisti della scena economica.

Ad esempio, le aziende a controllo estero, pur rappresentando appena lo 0,4 per cento del totale delle imprese attive in Italia (18.825 unità nel 2023), garantiscono un milione e 800mila posti di lavoro, cresciuti di quasi la metà dal 2014, mentre nel resto del sistema produttivo la crescita è stata molto più contenuta. Inoltre assicurano il 21 per cento del fatturato nazionale, pari a 887 miliardi di euro, e ben il 35,8 per cento dell’export, segno che questa presenza contribuisce in modo determinante all’internazionalizzazione. Non solo. Presentano livelli di produttività superiori del 10 per cento rispetto alla media europea, garantiscono retribuzioni mediamente più elevate e circa tre quarti della crescita occupazionale nel periodo 2021-2023 è stata assicurata proprio dalle imprese estere presenti nel nostro territorio nazionale. Ancora: ben il 38,3 per cento della ricerca privata in Italia è garantita dalle aziende a controllo estero.

Interessante anche l’attenzione alla sostenibilità: riportando i dati dell’Istat, lo studio ricorda che il 46,3 per cento delle imprese estere presenta profili di sostenibilità ambientale ad alta o media intensità, a fronte del 30 per cento rilevato per il complesso delle imprese. Ancora più marcata la differenza nelle attività di monitoraggio della sostenibilità: il 20,2 per cento delle imprese estere garantisce un livello elevato di presidio e misurazione, contro il 5,8 per cento medio.

Il Rapporto, oltre a cancellare i pregiudizi verso “la spesa” effettuata da industriali stranieri presso le imprese di casa nostra (salvo eccezioni, ovviamente), conferma la necessità di attrarre investimenti dall’estero per sostenere la competitività del nostro sistema industriale. Perché spesso è proprio questa iniezione di capitali a garantire non solo l’esistenza di distretti industriali e la qualità più elevata del lavoro, ma anche la salvaguardia dei territori di riferimento.

Il quadro, però, conferma principalmente un problema ancestrale: gli investimenti sono attratti per lo più dai territori più sviluppati. La sola Lombardia calamita quasi il 38 per cento degli investimenti totali. Il Mezzogiorno, in sostanza, resta sostanzialmente estraneo ai grandi flussi di capitale, a causa principalmente della carenza sia di un tessuto produttivo ai livelli di quello del Nord Italia, sia di infrastrutture degne di un Paese industriale. A ciò si aggiungono altri problemi atavici, dalla burocrazia alla criminalità, dal malfunzionamento della giustizia alle difficoltà di accesso al credito.

Pertanto, la capacità di attrarre investimenti deriva principalmente dalla qualità delle condizioni industriali, amministrative e territoriali garantite agli investitori. Per inserire il nostro Sud in questa opportunità occorre partire da qui, attenuando le criticità e operando nel contempo per valorizzare al meglio le opportunità offerte dai territori.

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