
È la nuova frontiera dello spazio di archiviazione, elaborazione e comunicazione dei dati digitali. Un luogo che diventa sempre più grande – i più recenti progetti prevedono anche 500mila metri quadrati e la media è di 25mila metri quadrati – e necessita, quindi, di adeguate infrastrutture molto estese.
Il data center, il centro dati, è un’installazione essenziale per accompagnare il nostro futuro: serve, ad esempio, a far funzionare i servizi cloud e i chatbot di intelligenza artificiale. Ne consegue che l’espansione del fenomeno, che interessa direttamente e indirettamente la maggior parte delle aziende e quasi tutte le regioni con prevalenza Lombardia e Lazio, stia generando ricadute in quelle zone dove i data center stanno sorgendo a rapida velocità. Già sono duecento e presto potrebbero arrivare a trecento.
Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, negli ultimi tre anni sono stati investiti in questo comparto oltre sette miliardi e nei prossimi tre la cifra dovrebbe oltrepassare i 20 miliardi dal momento che il tempo medio di costruzione di un data center è di circa due anni e mezzo. Qualche esempio? A Rho, Amazon Web Services sta costruendo un data center da 400 milioni.
In campo ci sono soprattutto le multinazionali estere dell’informatica e delle telecomunicazioni che costruiscono in proprio, ma anche grandi gruppi immobiliari, società di intermediazione e fondi di investimento.
Emerge, quindi, innanzitutto il business edilizio: a fronte della crisi del settore immobiliare, è particolarmente attiva la macchina sia per costruire queste grandi infrastrutture – e non sempre si utilizzano aree di infrastrutture industriali dismesse, da bonificare (come nel meritorio caso dell’area ex Olivetti, Citroën e Iveco a Pregnana Milanese), preferendo i terreni agricoli – sia per affittarle o venderle. Un affare che investe anche i comuni, in competizione negoziale tra loro, che incassano gli oneri di urbanizzazione e di compensazione ambientale (anche una trentina di milioni), ma pure molti proprietari terrieri, che preferiscono appunto vendere i campi a fronte di un’agricoltura sempre più problematica.
Proprio per disciplinare la materia, in Lombardia, la regione maggiormente investita dal fenomeno, è entrata in vigore una legge che si limita, però, a regolamentarne la costruzione.
Insomma, parliamo di un nuovo settore industriale che muove imponenti investimenti. E non manca chi, soprattutto dagli ambienti ecologisti e replicando quanto già avvenuto negli Usa, evidenzia i problemi relativi principalmente al nuovo consumo di suolo, all’impiego di tanta acqua per il raffreddamento dei server (ultime ricerche stanno però cercando di attenuare il fenomeno), ai rilevanti consumi energetici e al rumore prodotto per farli funzionare.
Una proposta in campo, che ci vede concordi e che potrebbe essere accolta dalla legge nazionale in elaborazione, è quella di rendere obbligatoria la loro localizzazione in aree industriali dismesse. Non pesando sulla produzione agricola.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
