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Gennaio ai tempi del riscaldamento globale: l’Europa e la nuova economia che non alteri il clima

Il riscaldamento globale esiste, è una realtà scientifica che può ammettere diverse opinioni su come fronteggiarla, ma non certo sulla sua esistenza. Non credete alla zia che sostiene che il clima è sempre cambiato, e non date retta al barista che vi dice “visto che freddo oggi dottore, son tutte balle”. Siamo a gennaio, per forza fa freddo.

Ma quello che conta sono le serie storiche della temperatura, che dimostrano che ogni anno la media sale, ed ogni volta che con le stagioni le temperature, com’è ovvio, diminuiscono, pure non ritornano al punto precedente, ma tendono a rimanere un poco più su. Insomma, il grafico sale, sale ogni anno, costantemente.

Si trovano su Internet menzioni di scienziati che “non ci credono”, personaggi più o meno famosi, di solito però fisici o chimici o meteorologi, ma non climatologi, oppure climatologi “emeriti”, che nel mondo dell’università vuol dire: in pensione. Ma qualsiasi cittadino senza laurea può farsi un’idea, perché la fonte autorevole in materia di clima è stata stabilita dall’Organizzazione della Nazioni Unite, e si chiama IPCC, Gruppo di lavoro sul cambiamento climatico.

Lo IPCC non fa ricerca in proprio, ma controlla e confronta tutte le ricerche valide sul problema, con un metodo trasparente e condiviso di ricerca degli errori, confronti, controlli. IPCC quindi è come un massimo ente di controllo, che valuta dopo aver avuto accesso a studi e dati anche discordanti (e allora li confronta). E lo IPCC spiega che non ci sono dubbi: sul riscaldamento climatico, e sulle sue cause, dimostrando che il riscaldamento del pianeta causato dalle attività umane è già di 1 ºC al di sopra dei livelli preindustriali e sta aumentando a un ritmo di circa 0,2 ºC per decennio; la temperatura media mondiale potrebbe aumentare di 2 °C poco dopo il 2060.

Perché in ogni caso, negare la crescita delle temperature a livello globale è impossibile: sulle misurazioni c’è poco da discutere. Più spazio per le polemiche evidentemente si apre sulle cause, ma la principale spiegazione scientifica è il cosiddetto “effetto serra”: come in una serra, i raggi solari passano nell’atmosfera e rimangono imprigionati dallo schermo dei crescenti livelli di anidride carbonica e altri “gas serra”. I dati sono sempre interpretabili, ed è in questo spazio di interpretazione che i “negazionisti” del clima si inseriscono per mettere in discussione l’importanza dell’”effetto serra”: è qui che lo scontro diventa economico e politico: se fosse soltanto tra scienziati, sarebbe già risolto.

Ma il passaggio ad un’economia carbon free, cioè a basso impatto di anidride carbonica, non è certo questione di bruscolini: tira in ballo interessi economici cruciali, dall’industria petrolifera e del carbone a quella automobilistica; chiama in causa le abitudini di milioni di persone: si pensi alla recente diffusione dei climatizzatori nelle case e negli uffici (in Italia poco diffusi fino a qualche anno fa, ora quasi considerati indispensabili, con conseguenti picchi di consumo energetico); riguarda il governo delle risorse mondiali, per esempio delle foreste amazzoniche, le grandi produttrici di ossigeno del Pianeta.

Questo significa che gli interessi in gioco, davvero enormi, pesano sulla discussione politica, e pesano su come la ricerca viene gestita, interpretata, comunicata al grande pubblico. Non è un caso che alcune figure politiche di significativa importanza e potere, dal presidente Usa Trump al presidente brasiliano Bolsonaro, si possano iscrivere nel partito degli scettici sul clima, con i loro legami, non nascosti, anzi dichiarati, con gli interessi industriali ed agricoli avversari del mutamento carbon free. Sull’altro versante, l’Unione Europea ha da lungo tempo teorizzato, e cerca di praticare con la sua “Agenda 2020”, una economia “della conoscenza”, fondata su tecnologia e competenze, quindi ecologicamente sostenibile.

Per l’Europa, la scelta di una economia “prospera, moderna, competitiva e climaticamente neutra” è un obiettivo fondamentale, che si torva riassunto in un importante documento del 28 novembre 2018, la comunicazione ufficiale della Commissione all’Europarlamento e agli altri organi della UE, intitolato Visione Strategica Europea.

La Commissione Europea ci spiega che se non faremo qualcosa per contrastare il mutamento del clima avremo gravi conseguenze: nel 2017 le catastrofi legate alle condizioni meteorologiche hanno causato danni economici per la cifra record di 283 miliardi di euro ed entro il 2100 potrebbero colpire circa due terzi della popolazione europea, rispetto all’attuale cinque per cento: ad esempio, i danni annuali causati dagli straripamenti dei fiumi in Europa, che oggi ammontano a 5 miliardi di euro, potrebbero salire a 112 miliardi; il 16 % dell’attuale zona climatica del Mediterraneo potrebbe divenire arida entro la fine del secolo e in vari paesi dell’Europa meridionale la produttività del lavoro all’aperto potrebbe diminuire di circa il 10-15 % rispetto ai livelli odierni. Quei 2 ºC in più, solo due gradi direte voi, abbatterebbero la disponibilità di cibo nella regione mediterranea, già relativamente arida, innescando quindi ulteriori conflitti e pressioni migratorie.

L’Europa fa parte delle economie sviluppate che producono più “gas serra”, anche se la sua responsabilità è “solo” del 10 % delle emissioni mondial, che comunque si vuole intende ridurre dell’80-95 % nel 2050. Per questo occorre innanzitutto rompere il legame tra emissioni di gas e crescita economica: è stata questa per anni l’obiezione di Cina e India, che facevano intendere che europei e americani, che già hanno raggiunto alti livelli di sviluppo, non potessero pretendere che altre grandi nazioni rinunciassero alla loro crescita e al traguardo del benessere.

Ma in Europa stiamo riuscendo a crescere pur diminuendo le emissioni: dal 1990 al 2016 il Prodotto interno lordo europeo è cresciuto del 54%, e le emissioni diminuite del 22%. Non è vero, dunque, che si debba scegliere tra clima e sviluppo. Anzi, essersi posti il problema di ridurre le emissioni è stato di stimolo alla crescita, perché ha stimolato la ricerca e la tecnologia, in primo luogo con il progresso delle energie rinnovabili: solare, eolico… Il nuovo fronte è oggi la mobilità urbana: ridurre i tempi di impiego dell’automobile, che inoltre sono oggi ragione di una cattiva qualità della vita, e cambiare radicalmente il modo di spostarsi.

L’altra grande frontiera è l’agricoltura: che, non tutti lo sanno, non è sempre “verde”, e provoca una grande produzione dell’altro “gas serra” pericoloso, il metano, con la cattiva gestione della zootecnia. Sono piuttosto le foreste, grandi polmoni che assorbono anidride carbonica dall’atmosfera, a dover essere tutelate; qui si prevede di utilizzare sempre di più le biomasse, legname in primo luogo, per produrre energia.

Infatti, l’anidride carbonica prodotta bruciando del legname è stata prelevata dall’atmosfera e “imprigionata” dagli alberi, e quindi si può considerare la sua emissione all’interno di un ciclo sostenibile, sempre che sia mantenuta una robusta copertura forestale piantando nuovi alberi che bilancino quelli abbattuti, mentre i gas prodotti dai combustibili fossili, da millenni e millenni imprigionati sottoterra, sono quindi gas “nuovi”, che vengono ad aggiungersi e a sbilanciare questo ciclo.

Poi ci sono le prospettive futuribili, ma non più fantascientifiche, anzi possibili, come l’impiego dei motori a idrogeno, che non emettono anidride carbonica. Alla fine, la differenza è tutta qui: come investire, cioè dove si mettono i soldi ? Gli investimenti possono andare alla ricerca e sviluppo, o al sostegno ai vecchi modi modelli produttivi, nel tentativo di prolungare la loro traiettoria e ritardare il cambiamento.

L’Europa vuole puntare sulla prima di queste due alternative, indirizzando le risorse finanziarie verso l’innovazione ambientale, i nuovi posti di lavoro in questo settore, le nuove imprese, ciò che richiede brevetti, laboratori, incentivi per il cambiamento. Da qui anche certe scelte fiscali: tassare di più prodotti e settori economici che si vogliono disincentivare, e di meno, o per niente, prodotti e settori che sono quelli del futuro. Per leggere una semplice sintesi in italiano della Strategia Europea, si può navigare cliccando al seguente link .

Luca Cefisi

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