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Fondi comunitari: qual è la situazione delle regioni sul rischio disimpegno fondi?

Siamo a dicembre ed arriva il momento inevitabile dei bilanci.

Leggendo i vari report di avanzamento della spesa pubblica dei programmi di sviluppo rurale 2014-2020 delle regioni italiane, si evince a colpo d’occhio che ancora una volta il sistema di gestione dei fondi comunitari italiano non è affatto efficiente.

Inutile girarci intorno: non è efficiente.

Non è, infatti, possibile che ogni anno si corra il rischio di perdere milioni e milioni di euro, a causa di ritardi, di negligenze, di errori, di semplice lassismo o peggio ancora di sbagliati indirizzi politici.

Non è possibile che un Paese in forte deficit di sviluppo come l’Italia si prenda il lusso di “giocherellare” con le imponenti risorse comunitarie, che come sappiamo tutti costituiscono l’unica fonte certa di finanza viva, liquida ed esigibile a disposizione per lo sviluppo delle nostre martoriate imprese e del nostro martoriato territorio.

I report di avanzamento sono impietosi: alcune regioni per scongiurare il rischio di disimpegno automatico dei fondi addirittura devono spendere entro questo dicembre 148.711.520,13 euro! Questo è il caso della bellissima Puglia. La Sicilia invece deve spendere solo (è un eufemismo ovviamente) 86.610.990,18 euro. Ma non stanno meglio la Campania con i suoi 64.374.416,99, la Basilicata con 41.303.896,90, l’Abruzzo con 24.880.170,90 e persino la Liguria con 15.830.395 euro da spendere.

Naturalmente si tratta di dati al terzo trimestre del 2019, aggiornati al 15 ottobre, e che quindi nell’ultimo mese hanno subito variazioni in difetto. Ma la sostanza non cambia.

Non cambia il giudizio sulla gestione, che involge anche gli organi centrali dello Stato, che in quanto gestori del Programma Nazionale e della Rete Rurale Nazionale devono ancora spendere circa 20 milioni di euro.

Insomma, a queste latitudini sembra che i fondi comunitari siano quasi un peso, un macigno, una tegola sulla testa, invece di essere considerati come in Veneto ed Emilia Romagna leve di sviluppo, ossigeno per le imprese, strumenti di solidarietà sociale.

Il grafico elaborato dalla Rete Rurale Nazionale da un’immagine inesorabile della situazione:

Il vero problema oltre al disimpegno automatico dei fondi (quindi alla restituzione degli stessi a Bruxelles) è anche un altro, forse ancora più grave del primo: il cattivo utilizzo che se ne fa, quando con il fiato sul collo si deve spendere per forza!

Ogni anno, da troppi anni, si verifica questa terribile condizione.

Pur di non far rientrare capitali inutilizzati a Bruxelles, si attivano alchimie tecniche e amministrative, bandi last minute, avvisi di selezione improbabili, scorrimenti di graduatorie che arrivano a finanziare progetti di scarsissima qualità.

Tutto ciò crea quell’ “italietta” che nel panorama europeo ha poca credibilità, poca reputazione, poca serietà.

Ovviamente non tutto è da buttare, ci sono realtà virtuose, manager pubblici di qualità, amministratori illuminati, strutture efficienti, cittadini informati, gruppi di pressione che sanno fare il proprio dovere, organizzazioni sindacali sempre sul “pezzo”.

Il vero problema è che in Italia ci sono tante realtà, troppe realtà e i Governi nazionali che si sono succeduti e continuano a succedersi, invece di parificare e omologare tutta l’Italia alle realtà che funzionano, troppo spesso continuano a dividere, ad usare diversi pesi e diverse misure.

La ricetta dunque è una sola: alzare al massimo possibile gli standard qualitativi, elevare fino all’inverosimile la meritocrazia, e infine avere il coraggio di punire pubblicamente i colpevoli.

Bisogna trovare la forza di premiare il buono e di perseguire il cattivo.

Da un punto di vista strettamente tecnico invece, servono (e speriamo che ciò avvenga davvero nella prossima programmazione comunitaria) bandi nazionali con norme e regole standard, uguali per tutte le regioni, con cronoprogrammi rigidi e perentori, con un’unica visione di sviluppo del nostro paese.

Un’unica visione che non mortifichi le peculiarità locali, ma anzi le faccia diventare patrimonio nazionale.

Abbiamo tutti necessità di riportare ad unità le tante “Italie” che sopravvivono in modo disorganico nel nostro paese, per giungere a considerare, tra le altre tantissime cose, tutti i fondi comunitari come un dono, una manna dal cielo, come lo stipendio del buon padre che lo investe nel futuro della sua stessa famiglia.

Tutto qui…

Alessandro Zanfino

(responsabile nazionale Cesca Unsic)

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