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Il lavoro è dignità

Presidente25Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti. Non l’ha detto un giuslavorista, categoria di questi tempi impegnata a discutere accademicamente più di cuneo fiscale, di flessibilità e di voucher che non degli esiti nefasti di una così diffusa disoccupazione. Sono, invece, le parole espresse con semplicità da Papa Francesco al termine della tradizionale udienza del mercoledì a colpire nel segno.

Il pontefice, ancora una volta, spiazza tutti. Pone l’accento sul drammatico dato della disoccupazione giovanile in Italia, con il 40 per cento dei ragazzi sotto i 25 anni senza lavoro. Ma va oltre quei freddi numeri dell’Istituto di statistica con i quali solitamente si liquida la questione lavoro. Bergoglio riesce efficacemente a coniugare lo spessore teologico di una formazione gesuita e di una carta d’identità sudamericana con la concretezza dell’esistenza di ogni giorno. La Terra affidata alle cure dell’uomo nella Genesi, Gesù chiamato “figlio del falegname” o “il falegname” nel Vangelo (Matteo 13,55 e Marco 6,3), San Paolo che ricorda ai cristiani che “chi non vuole lavorare, neppure mangi” o gli insegnamenti di San Benedetto che hanno contribuito a fondare la moderna civiltà del lavoro si coniugano pienamente con la sacralità dell’attività lavorativa, con la sua grande responsabilità umana e sociale, con la dignità di un impegno umano che si esplica, per i credenti, nel disegno divino.

Partendo da tali premesse, seguendo questo solco, diventa inaccettabile, quasi blasfema, la “condizione disumana” determinata dalla disoccupazione, figlia delle disuguaglianze e apportatrice di sofferenze per le famiglie più povere. Uno status – come ricorda con forza il pontefice – che spesso porta i giovani ad ammalarsi, a cadere nelle dipendenze o addirittura a suicidarsi. Che deteriora le relazioni in famiglia. “Dalla disoccupazione del lavoro alla disoccupazione della vita” è la sentenza del Papa. “Quando il lavoro si distacca dall’alleanza di Dio con l’uomo e la donna, quando si separa dalle loro qualità spirituali, quando è in ostaggio della logica del solo profitto e disprezza gli affetti della vita, l’avvilimento dell’anima contamina tutto: anche l’aria, l’acqua, l’erba, il cibo… La vita civile si corrompe e l’habitat si guasta – richiama Bergoglio citando l’enciclica “Laudato sì”.

Francesco, ancora una volta, procedendo dritto nel cuore dei problemi, di fatto surclassa la politica ufficiale. L’annienta. Ne denuncia il vuoto. Ne notifica, seppur indirettamente, la lontananza dai gravi problemi quotidiani che affliggono i cittadini-elettori (e sempre più “non elettori”), assorbita com’è dall’autoreferenzialità, dalle questioni interne ai partiti (è il caso delle scissioni a sinistra o dei tentativi di unificazione a destra) o da incomprensibili tecnicismi.

Il pragmatismo di Bergoglio è un’alta lezione di umanità e di morale, come quando rivolge “un pensiero speciale” ai lavoratori di Sky Italia, auspicando che la loro situazione lavorativa possa trovare una rapida soluzione. “Chi per manovre economiche, per fare negoziati non del tutto chiari chiude fabbriche, chiude imprese e toglie il lavoro agli uomini, questa persona fa un peccato gravissimo – insiste il Papa argentino, senza tanti giri di parole.

Del resto il Santo Padre, sin dalla salita al soglio pontificio, ha fatto della questione del lavoro una tematica centrale della sua missione apostolica. Declinandola in tutte le numerose sfaccettature. Ha denunciato le ingiustizie legate al mondo occupazionale, ad esempio nel discorso all’incontro mondiale dei Movimenti popolari il 28 ottobre 2014, soffermandosi in particolare sulle nuove schiavitù e sulle disparità di genere, come ha fatto nell’udienza generale del 29 aprile 2015. Ha evidenziato a più riprese l’estendersi della precarietà, del lavoro nero, del ricatto malavitoso, dell’insicurezza sul lavoro. Ha condannato l’onnipresenza del dio-denaro che provoca “la cultura dello scarto”. Nella Torino operaia, nel 2015, ha posto l’accento dell’importanza del lavoro per l’inclusione sociale, ha difeso i migranti come “vittime dell’iniquità”, ha rivendicato la finalità del bene comune per qualsiasi modello economico e ha invitato ad investire con coraggio nella formazione, “cercando di invertire la tendenza che ha visto calare negli ultimi tempi il livello medio di istruzione, e molti ragazzi abbandonare la scuola”.

Nell’udienza generale del 25 marzo 2015, rivolgendo un saluto ai lavoratori della provincia di Vibo Valentia, ha lanciato un accorato appello affinché “non prevalga la logica del profitto, ma quella della solidarietà e della giustizia”, ricordando che chi non ha prospettive per il futuro può diventare “facile preda delle organizzazioni malavitose”.

La collaborazione, la condivisione, la corresponsabilità sono termini spesso richiamati dal pontefice, ad indicare la qualità del lavoro, un Lavoro con la elle maiuscola.

Le parole di Papa Francesco, a noi laici, fanno tornare in mente Libertino Faussone, detto Tino. E’ l’operaio specializzato nel montaggio di ponti, tralicci e gru protagonista dello splendido romanzo “La chiave a stella”, scritto da Primo Levi alla fine degli anni Settanta. Eloquente una sua frase: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”.

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