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A proposito di “palcoscenici televisivi”

Oriana Fallaci intervista l’ayatollah Khomeini

La politica dibattuta nei programmi televisivi, nell’ormai classica struttura del talk show, è un genere che si perpetua da anni. Con poche varianti. Praticamente ogni sera in tv c’è l’offerta di un palcoscenico con la presenza di esperti – più che altro tuttologi che si sono costruiti la maschera di “personaggio” – e di parlamentari in attività e a riposo. Non mancano sipari anche nel pomeriggio. Ci sono emittenti televisive – come La7 e Retequattro – specializzate nel genere.

Il primo elemento che emerge è una certa omologazione dei format e la loro ripetitività su binari collaudati. In genere il palcoscenico ospita contemporaneamente un buon numero di ospiti, i più abituali se non onnipresenti negli studi televisivi, e la scelta supporta la formula del contraddittorio “spettacolare” tra loro, che talvolta finisce in vera e propria rissa. Le poche differenze riguardano proprio la predisposizione o meno ad alimentare le baruffe, di cui nei giorni scorsi abbiamo avuto l’ennesimo esempio con lo scontro tra Giampiero Mughini e Vittorio Sgarbi.

Per “alleggerire” la formula, alcune trasmissioni ospitano il monologo di un comico o di un attore.

Un argomento riemerso nelle scorse settimane, specie a seguito dell’intervista rilasciata da Sergei Lavrov, il ministro degli Esteri russo, a “Zona Bianca” di Retequattro, è la mancanza di contraddittorio nei faccia a faccia. Di fatto un’intervista si trasforma in un monologo, in una sorta di vero e proprio comizio a senso unico. Ciò interroga sulla qualità complessiva dell’offerta, carente di quei giornalisti cosiddetti della “vecchia razza”, cioè del livello di Biagi, Bocca, Fallaci, Montanelli, Zavoli. Di quest’ultimo, ad esempio, ricordiamo quella straordinaria serie “La notte della Repubblica” di fine anni Ottanta, che resta un prezioso documento storico soprattutto sull’evoluzione del terrorismo in Italia: indimenticabile l’intervista al brigatista Mario Moretti, con inquadratura fissa sull’intervistato e la sola voce incalzante dell’intervistatore, un grande maestro di giornalismo. Le interviste di Oriana Fallaci rimangono delle perle, anche per lo spessore degli intervistati: ricordiamo, tra i tanti, Yasser Arafat, Ingrid Bergman, Ali Bhutto, Willy Brandt, Sean Connery, Federico Fellini, Indira Gandhi, Gheddafi, Natalia Ginzburg, Alfred Hitchcock, re Hussayn di Giordania, Henry Kissinger, l’ayatollah Khomeini, Nilde Iotti, Anna Magnani, Golda Meir, Reza Pahlavi, Alekos Panagulis, Pier Paolo Pasolini, Salvatore Quasimodo, Deng Xiaoping.

La fortuna dei “talk show” negli ultimi anni si deve anche ai due temi che hanno monopolizzato il dibattito: la pandemia e la guerra. Su entrambi, le tv italiane, salvo rare eccezioni, hanno concorso non tanto a garantire informazioni attendibili – specie sulla pandemia è andato in scena un po’ di tutto – ma a spaccare l’opinione pubblica su fronti contrapposti: anche l’aver sostenuto a spada tratta un “pensiero unico”, ad esempio il vaccino o la necessità di inviare armi, ha finito per alimentare la fazione opposta, come nel caso dei “No vax” o dei “pacifisti anti Nato”.

Resta il neo di una disunione abbastanza netta tra un giornalismo televisivo tradizionale e statico, incapace di innovazione e di presidiare l’informazione rivolta soprattutto ai giovani, e il boom dei nuovi strumenti digitali, ormai il principale canale di comunicazione in tutte le fasce d’età, con notizie non sempre controllate e l’immancabile presenza di fake news.

Insomma, anche il conflitto in corso, benché non manchino ottimi inviati di guerra, immortala discutibili salotti televisivi con il solo scopo di intrattenere il pubblico e fare audiance, dove nuove categorie di geopolitici e generali in pensione ha sostituito virologi e infettivologi. Emergono i limiti di un giornalismo televisivo poco avvezzo a dare spazio a veri esperti e a preparare e a realizzare interviste con contraddittorio: troneggiano, purtroppo, frasi di circostanza, teorie consumate dall’uso, banalità, persino falsità. Tutto ciò finisce per accentuare il disinteresse da parte soprattutto delle nuove generazioni per la politica e, spesso, per l’attualità. E ciò costituisce un vulnus per la democrazia.

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