
Proprio mentre una giuria di Los Angeles ha condannato due giganti del web a risarcire con tre milioni di dollari una ventenne che durante l’infanzia ha avuto problemi di ansia e depressione causata dai social, stabilendo che questi creano dipendenza, in provincia di Bergamo, a Trescore Balneario, un tredicenne ha accoltellato in classe la sua docente di francese per “vendetta”, termine scritto in rosso anche sulla sua maglietta bianca. È azzardato affiancare le due notizie, perlomeno ideologicamente? Forse no.
L’aggressione alla professoressa Chiara Mocchi è stata accompagnata, infatti, da una diretta social, che il ragazzino (terza media) ha trasmesso su Telegram attraverso una videocamera go-pro legata al collo. Il video, censurato dalla maggior parte degli organi d’informazione, è stato diffuso dai quotidiani Il Corriere della Sera e La Repubblica, seppur con doverosi tagli. Presenta l’arrivo di corsa a scuola attraverso le strade del paese, le scale impegnate molto rapidamente, l’impatto con la docente nel corridoio. Sappiamo che la professoressa 57enne, operata d’urgenza, è finita in terapia intensiva ed ora per fortuna sta meglio.
Tra i tanti aspetti nefasti di questa vicenda, emblematica degli amari tempi che stiamo vivendo – e nei quali ci stiamo immergendo sempre più, anche con una diffusa assuefazione – colpisce innanzitutto che il ragazzino abbia scritto spavaldo in inglese sui social – prima del gesto – di non poter essere processato, avendo 13 anni. La consapevolezza dell’impunità (parziale) appresa quasi certamente dal web, le caratteristiche che hanno fatto da alone del gesto, cioè una gamma sia di simbologie diaboliche sia di materiali acquisiti probabilmente grazie a informazioni di siti che professano violenza (l’esplosivo in camera, la mimetica, una pistola scacciacani, lo spray al peperoncino, il coltello), la stessa scelta di una lingua ormai globalizzata da internet come l’inglese, un lungo e raccapricciante post che illustra i motivi del gesto, sono tutti fattori che confermano la coattiva strumentalizzazione e la rapida adultizzazione sociale e soprattutto planetaria di tanti neoadolescenti, a cui ovviamente non ne corrisponde una biologica.
Oggi, a fronte di tutto ciò, occorre ammettere di non essere stati capaci, come società civile, non tanto di frenare, operazione francamente difficile, ma perlomeno di gestire tante nefandezze provenienti soprattutto dagli States, dove si ramificano sottoculture (come quella suprematista), si rinnova la passione per le armi, troneggia la crescente aggressività quotidiana fino al ripetersi delle stragi nelle scuole, che caratterizzano da anni le cronache più agghiaccianti. Sappiamo di emulazione di giochi in rete o di gang che arruolano minori online proprio per spingerli verso azioni criminali. Ed ora ci ritroviamo a dover fronteggiare questa vera e propria emergenza anche italiana, visto che non si tratta più di casi isolati.
Il fertilizzante di questi abominevoli indottrinamenti passa anche per i network, forse soprattutto per i network. Ecco forse perché dovremmo dire grazie a quella ragazza oggi 20enne che a Los Angeles ha aperto finalmente una crepa nella sottocultura irrefrenabile degli algoritmi.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
