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Bossi, il “concreto” visionario

Umberto Bossi nella fase di ascesa, a Pontida nel 1990

I quotidiani dedicano oggi numerose pagine al carismatico Umberto Bossi, scomparso ieri a 84 anni. Il Corriere della Sera addirittura dieci. È l’onore delle armi ad uno dei protagonisti più visionari, dirompenti, combattivi e innovatori della cosiddetta Seconda Repubblica. Che lui stesso ha contribuito in prima persona, insieme soprattutto all’ideologo Gianfranco Miglio, ad edificare. Il cemento è stato il furbesco sogno federalista – talvolta spinto fino al secessionismo o ridotto a devolution – che ha a lungo incanalato il disagio fiscale del Nord iperproduttivo contro la “restante” Italia “predatoria”. E soprattutto contro l’ancien régime di democristiani, socialisti, comunisti.

Tanto folklore, certo. Tra populisti raduni etnici nel Pratone di Pontida, “ampollosi” riti, stravaganti giuramenti dialettali, colorate processioni. Con l’invenzione della Padania. E di un linguaggio antipolitichese da osteria, che non ha risparmiato il “celodurismo” e il frontale “Roma ladrona, la Lega non perdona”.

Ma, grazie a questo originale campionario di grande impatto e seminatore di appartenenza, compresi la celebre “canotta” e i sigari toscani esibiti nella villa sarda del Cavaliere nell’agosto 1994, il ruvido, dissacrante ma abile Senatur è stato capace di superare il polveroso conformismo della politica e della società italiana e di dare un nuovo senso comunitario ad un movimento in grado di annientare attempate, talvolta blasonate e spesso radicate formazioni partitiche. Soprattutto a livello locale, dove la perla è stata la conquista di Milano nel 1993 con Marco Formentini. Ma non solo: alle elezioni politiche del 1992 e del 1994 la Lega Nord ha ottenuto tra l’8 e il 9% dei voti, superando poi il 10% nel 1996, fino al tonfo del 2001 sotto al 4%.

Negli anni Novanta dunque, pur dileggiato dagli immancabili benpensanti, come quarta forza elettorale ha rappresentato con pragmatismo il vero ago della bilancia della politica italiana. Con una solida classe dirigente fattasi le ossa nelle amministrazioni locali.

Sul Corriere Massimo Gramellini parla di un politico modernissimo — rapido, tattico, istintivo — e non privo di strategia, Antonio Polito di “ultimo rivoluzionario”. Su Repubblica Filippo Ceccarelli ne sottolinea “il tratto di non addomesticabilità”. Sul Giornale Tommaso Cerno ricorda che è stato l’unico politico italiano che ha tenuto testa a Silvio Berlusconi, mentre Vittorio Feltri evidenzia che ha cambiato il modo di pensare di tutto il Paese. Sul Fatto Quotidiano, Massimo Fini invita i lettori ad andare a rileggere il discorso alla Camera del 1994 in cui fece cadere il primo governo Berlusconi: “non c’è una sbavatura né istituzionale, né logica, né, tantomeno, grammaticale”.

Luca Zaia, intervistato dal Corriere, ricorda quando ha ricevuto la sua telefonata a dicembre per parlare del risultato in Veneto. “Pur avendo alcune difficoltà a parlare era ancora lucido in modo che quasi mi imbarazzava, aveva una visione globale, geopolitica che non smetteva mai di stupirmi. Parlava della destabilizzazione del mondo con una consapevolezza che io non sentivo in nessun altro”.

La malattia ha stroncato la sua tutto sommato breve ma significativa parabola. E, per completezza, non sono mancate le ombre e gli scandali, fino alle dimissioni e alla felice nazionalizzazione del partito con Matteo Salvini. Ma Umberto Bossi, oggi ne abbiamo conferma, resta un’amata icona soprattutto di un Settentrione che, in fondo e nonostante il ripetersi delle crisi – tra globalizzazione, finanza, Europa e guerre – non ha cambiato pelle tra capannoni industriali e stalle.

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