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Camilla Canepa, una morte assurda

Si può morire a 18 anni per una dose di vaccino? È la domanda che si stanno ponendo tutti di fronte alla scomparsa di Camilla Canepa, la ragazza ligure deceduta all’ospedale “San Martino” di Genova dopo aver partecipato ad un Open Day per la somministrazione del vaccino Covid AstraZeneca. La rabbia è tanta perché intorno ad AstraZeneca lo psicodramma va avanti da mesi, prima con i ritardi sull’approvazione, poi con le forniture giunte a singhiozzo, quindi con il cambio di nome (Vaxzevria), infine – la cosa più grave – con nuove indicazioni che smentiscono puntualmente le precedenti. Tutto ciò finisce per attentare a quel rapporto di fiducia che deve legare il cittadino alla scienza per assicurare alle nostre comunità un progresso sano e sostenibile.

Camilla Canepa (foto FB)

Il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, ha pubblicato sui social la lettera con la quale il Cts, il Comitato tecnico scientifico, autorizzava l’uso del vaccino di Oxford agli Open Day. Sconsolato il commento, su Twitter, del virologo Roberto Burioni: “Non stupiamoci poi se la gente non si vaccina. E non aspettatevi – questa volta – che sia io a convincerla!”.

Il fatto che la ragazza, come si apprende dagli organi d’informazione, soffrisse di piastrinopenia autoimmune familiare (drastica riduzione del numero di piastrine) e assumesse una doppia terapia ormonale non è un’attenuante, semmai un’aggravante: perché le è stato inoculato comunque il vaccino? Nell’anamnesi è stato segnalato? Possibile che bisognerà aspettare i risultati dell’autopsia per provare a capire meglio cosa sia successo?

Il vaccino, ricordiamolo, è di fatto la principale arma contro questo terribile virus. La guerra non è stata vinta perché, come sappiamo, le varianti continuano a destare preoccupazione (quella indiana è più contagiosa del 64 per cento rispetto a quella inglese) e sarebbe opportuno evitare una nuovo “libera tutti” estivo che potrebbe generare problemi in autunno. Meglio godersi questa stagione, che ci riscatta dalle precedenti, ma senza strafare.

Proprio per poter guidare al meglio questo processo di transizione verso il ritorno alla normalità, scienza e politica debbono recuperare credibilità e non inseguire unicamente numeri. Le situazioni ambigue sono ancora tante: perché AstraZenica, responsabile di altre morti di giovani donne, continua ad essere abilitato da molti “esperti” del nostro Paese? Perché il cambio di strategia non investe Johnson&Johnson, stessa tecnologia di AstraZeneca a vettore virale? Perché da noi si spinge per vaccinare i giovanissimi mentre la Germania lo sconsiglia? Perché il Cts (al cui interno non mancano pareri differenti), è costretto a fermare i richiami con AstraZeneca per gli under 60, aprendo alla vaccinazione “eterologa”, cioè all’utilizzo di Pfizer e Moderna anche per chi ha ricevuto già AstraZeneca come prima dose? E perché sempre il Cts ha “spinto” a 42 giorni il richiamo per Pfizer quando la dottoressa Valentino Marino, direttore medico della stessa azienda, ha ribadito in un’intervista al quotidiano La Repubblica che la sua azienda “ha condotto un unico studio, con un intervallo di 21 giorni, che è stato usato per l’approvazione del vaccino, non abbiamo in programma sperimentazioni con tempi diversi”? L’ulteriore cambio di programma garantirà la tenuta degli approvvigionamenti, immaginando il pesante sotto-utilizzo di Vaxzevria?

A fronte di queste analisi, che come missione dovrebbero privilegiare l’esistenza umana ai tecnicismi, c’è il dramma di una vita spezzata: quella, come raccontano gli amici, di una ragazza solare, atletica (pallavolista), impegnata a preparare l’esame di maturità. La porta ad un futuro che purtroppo è stato spezzato da un’iniezione.

La nostra vicinanza ai genitori della sfortunata ragazza, Roberto e Barbara, e alla loro altra figlia Beatrice. Hanno acconsentito alla donazione degli organi e oggi cinque persone vivono grazie a Camilla.

(Domenico Mamone)

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