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Con l’autonomia il rischio è la destrutturazione

Il dibattito sull’autonomia e sul regionalismo differenziato (o, più efficacemente, “asimmetrico”) non ha acquisito quella centralità che il tema merita. Forse perché è ancora scarsa la consapevolezza sull’importanza che una riforma in tal senso potrebbe assumere per i futuri assetti istituzionali ed economici del nostro Paese.

Come noto, i principali fautori dell’autonomia sono i governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, entrambi di centrodestra. Forti di un referendum e delle risoluzioni dei consigli delle proprie Regioni approvate all’unanimità, motivano la loro posizione con il primario obiettivo di aggredire il peso della burocrazia (“ogni atto ministeriale che dovrebbe semplificare, in realtà produce ulteriore burocrazia”). Questa, si sa, è un’istanza particolarmente avvertita dall’elettorato di centrodestra del Nord Italia.Nella lettera inviata nei giorni scorsi al premier Conte, pur ribadendo che “nessuno vuole aggredire l’unità nazionale, nessuno vuole secessioni”, non nascondono la svolta epocale di una trasformazione che renderebbe “chiaro e semplice individuare chi fa che cosa, superando la sovrapposizione di compiti e funzioni che oscurano le responsabilità, dilatano i tempi e fanno esplodere i costi”.

Dalla loro parte c’è pure un tema oggettivamente inattaccabile: che senso hanno oggi le cinque Regioni a statuto speciale, frutto di scelte “da dopoguerra”, superate dall’evoluzione storica del nostro Paese? Le diverse e pasticciate riforme in salsa federalista non hanno fatto altro che rafforzare l’esigenza, avvertita da molti enti locali, di acquisire una maggiore autonomia. Proprio mentre un altro dibattito mette in luce come la spinta al decentramento abbia moltiplicato quei centri di spesa che tante responsabilità hanno in materia di debito pubblico.

Insomma, il tema non è nuovo. Ma ha avuto una decisa accelerazione con la riforma del titolo V della Costituzione del 2001 (governo di centrosinistra), che nel nuovo articolo116 ha previsto “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” per le Regioni a statuto ordinario. Certamente l’attribuzione di tali forme di autonomia non è facile a livello operativo: deve essere, infatti, stabilita con “legge rinforzata”, frutto di un’intesatra lo Stato e la Regione. E dal punto di vista procedurale è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti. Non a caso finora nessun cambiamento è andato in porto.

L’unica novità di rilievo, in questi due ultimi decenni, è stata la sottoscrizione – il 28 febbraio 2018 (governo Gentiloni) – di tre distinti accordi “preliminari” per l’attribuzione di maggiori forme di autonomia con le Regioni Emilia Romagna, Lombardia, Veneto (poi s’è aggiunta la Campania). Ogni accordo ha assicurato rilevanza al percorso intrapreso e alla condivisione raggiunta sui principi generali, sulla metodologia e su un primo elenco di materie.

L’obiettivo è avere mano più libera su infrastrutture, scuole, previdenza complementare. Resta, però, il nodo economico e in particolare quello sui trasferimenti: se dovesse passare il calcolo basato sul gettito fiscale regionale, è chiaro che il Nord trarrebbe massimo vantaggio nel trattenere nel proprio territorio buona parte delle cospicue entrate erariali attualmente destinate allo Stato. Ma il nervo scoperto rimane la cosiddetta “finalità perequativa”, cioè la quota necessaria per pareggiare, detto in termini semplicistici, le regioni più povere con quelle più ricche. Per fare ciò occorrerebbe fotografare i livelli essenziali delle prestazioni – un po’ come avviene nella sanità – per la definizione dei fabbisogni degli enti territoriali. Insomma, anche in linea con i dettami costituzionali, il regionalismo “asimmetrico” dovrebbe essere compensato da un regionalismo solidale, cooperativo ed integrativo.

Appare, viceversa, abbastanza logico che dietro tale crociata da parte di istituzioni del Nord Italia ci sia la sola esigenza di disporre di maggiori risorse finanziarie e di una più larga autonomia di movimento nello spenderle. Ecco perché un provvedimento del genere potrebbe comportare conseguenze di destrutturazione degli assetti politico-istituzionali di tutto il Paese, rafforzando le spinte separatiste nel Nord, accrescendo la povertà al Sud, indebolendo i fattori di solidarietà.

I rischi maggiori conseguenti ad una riforma che tenga in scarsa considerazione gli elementi riequilibratori se li carica tutti il Mezzogiorno. Pur riconoscendo una gestione pubblica certamente poco morigerata da parte di alcuni amministratori delle regioni meridionali, con conseguenze evidenti nello stato di infrastrutture e servizi (emblematico il caso della sanità), tuttavia un ulteriore taglio di trasferimenti metterebbe a serio rischio gli equilibri sociali e accentuerebbe il divario tra le due grandi aree geografiche del Paese. Emblematico il dato ufficiale del tasso di occupazione: se in Emilia-Romagna è al 74,4 per cento, in Lombardia al 72,6 e in Veneto al 71,5, in Calabria è al 45,6, in Campania al 45,3 e in Sicilia al 44,1.

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