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Coronavirus, domina la preoccupazione

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Non si può più nascondere l’apprensione per le notizie in continua evoluzione collegate al coronavirus.

Il nostro Paese è nettamente primo in Europa – e tra i primi nel mondo – per numero di contagi accertati. Nelle aree più colpite, come raccontano ad esempio i sindaci dei dieci comuni del Lodigiano, si stanno vivendo condizioni quasi da periodo bellico, con la netta riduzione dei servizi e delle ordinarie relazioni, situazioni che appesantiscono ulteriormente le inquietudini di natura sanitaria.

I timori di contagio investono tutti i luoghi di aggregazione, per cui risultano necessarie le chiusure di stadi, scuole, eventi, musei. C’è allarme per i penitenziari, dove la convivenza è forzata. E’ investito anche il settore delle cerimonie religiose. Uno dei problemi maggiori riguarda, però, gli spostamenti con i mezzi pubblici.

Se la prima preoccupazione è per la salute, dal momento che di questo virus conosciamo pochissimo, altri importanti nodi riguardano la lunghezza temporale dell’emergenza, le ricadute sulla nostra esistenza quotidiana e l’inevitabile aggravamento della crisi economica globale, con il rallentamento della Cina che già sta influendo su alcuni nostri settori produttivi, come il comparto del lusso. Anche il turismo ne sta risentendo pesantemente.

L’augurio è, ovviamente, quello che non si avvereranno le previsioni più funeste, che nelle ipotesi peggiori parlano anche di milioni di contagiati in Italia. Per sconfessarle dovrà prevalere, mai come in questo momento, la responsabilità individuale e lo spirito di comunità: dal bene comune dipende il bene individuale.

Anche le polemiche, per quanto alcune legittime sull’aver sottovalutato per troppo tempo il fenomeno, devono necessariamente essere poste nel cassetto. E’ il momento della serietà assoluta e dell’assunzione delle responsabilità da parte di tutti.

Questa esperienza, una volta passata, ci dovrà però porre interrogativi universali. Ad esempio, sul ruolo di una globalizzazione senza più regole o di un’economia di mercato che da tempo ha barattato l’etica. Ma anche su equilibri economici internazionali che non possono porre in posizione dominante Paesi senza democrazia, quindi con regole e garanzie di trasparenza tutte da discutere.

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