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Cosa resta di Sanremo

Anche quest’anno, terza conduzione di Amadeus, Sanremo ha trionfato sia per l’organizzazione generale, sia per gli ascolti sia per la trasversalità delle proposte, in grado di accontentare e di avvicinare ogni tipo di pubblico.

Ma soprattutto, come ha ben sottolineato la Società italiana di psichiatria in una nota, “il festival ha rappresentato quest’anno una pausa di leggerezza che può accompagnare gli italiani ad uscire dalla palude di disagio psichico provocato dalla pandemia, stimolando la voglia di rinascita e di riprendersi da ansia e depressione dopo due anni che hanno messo a dura prova la salute mentale del Paese”. Insomma, un antidoto contro la depressione e l’ansia da coronavirus, una sorta di fuga dalla realtà, una parentesi di un ritorno alla (quasi) normalità grazie al pubblico, alla voglia di evasione, all’impeccabile preparazione del tutto, al coinvolgimento di tanti artisti in gara e fuori, all’aver toccato con delicatezza molteplici temi sociali.

Non va dimenticato, inoltre, che la settimana di “terapia” sanremese ha fatto seguito alla disastrosa prova offerta dalla politica con l’elezione del Presidente della Repubblica, a cui soltanto la magnanimità di Sergio Mattarella ha messo una toppa, mentre all’orizzonte ci attendono altre dure prove tra il conflitto russo ucraino, gli aumenti delle bollette e l’impennata dell’inflazione.

Il merito principale della parentesi sanremese va ad Amadeus, direttore artistico e conduttore, che ancora una volta ha dimostrato tutta la sua lunga esperienza nel mondo della musica, in particolare i tanti anni a Radio Deejay nella squadra di quel genio di Claudio Cecchetto e, più recentemente, ad Rtl. Competenza e abilità che gli permettono di saper gestire con naturalezza un palcoscenico, smussando ogni difficoltà con l’autoironia. La benevolenza dei critici e la capacità di saper fare squadra in Rai completano il capolavoro.

Il conduttore di origine palermitana, cresciuto a Verona, ha soprattutto saputo attenuare quello “stile Sanremo” ormai insufficiente a calamitare il grande pubblico, riuscendo a determinare una straordinaria interconnessione generazionale, una miscela che è stata la vera ricetta di successo della kermesse nelle ultime tre edizioni. Così alle “istituzioni” della musica italiana, come Gianni Morandi, Massimo Ranieri o Iva Zanicchi, ha affiancato una sorta di seconde generazioni (Elisa, Moro, le Vibrazioni, ecc.) ed i giovanissimi che dominano le classifiche di oggi, determinate non più dai dischi ma dalle nuove piattaforme. Del resto Amadeus ha saputo intercettare un fenomeno già evidente di “contaminazione” di generazioni e di generi, si pensi al successo di Orietta Berti con Fedez, di Ornella Vanoni con Francesco Gabbani, di Loredana Bertè con i Boomdabash e, in fondo, anche di Gianni Morandi con Jovanotti o della Rettore con Ditonellapiaga.

Non entrando nel merito delle singole canzoni, subordinate ai gusti personali, parlando dei vincitori va preso atto che Mamhood – al secondo successo in quattro anni – è il nuovo Re Mida della musica italiana, grazie in particolare ad uno stile originale frutto dell’estensione dei confini musicali e geografici, mentre il giovane Blanco, lombardo di origine romana, ha già collezionato numerosi dischi di platino. Saranno loro a rappresentare l’Italia all’Eurofestival a maggio a Torino.

La classifica finale di Sanremo 2022 conferma questa netta separazione di generazioni e di generi: Mahmood e Blanco primi, Elisa seconda e Gianni Morandi terzo. Bene così.

Se vogliamo individuare qualche neo ad una prova ampiamente superata, ha attirato non poche critiche l’attrice Lorena Cesarini, poco naturale come presenza femminile nella seconda serata: e poi perché un’artista di colore deve per forza parlare di razzismo e farlo, tra l’altro, in modo discutibile? È stata invitata solo per quello? Decisamente meglio Drusilla Foer e Sabrina Ferilli, artiste complete e ben inserite. E se il tributo a Raffaella Carrà della serata finale è stato strepitoso, lo stesso non si può dire per i pochi secondi dedicati ai ricordi di Franco Battiato e di Lucio Dalla: avrebbero meritato di più.

Per concludere, va sottolineato che Sanremo rappresenta l’ultimo argine al colonialismo della musica americana: nelle prossime stagioni sentiremo per radio i successi sanremesi e ciò sarà benefico per la grande industria discografica italiana e per la macchina dei concerti. Sulle spiagge, siamo certi, si ballerà con Ana Mena e il suo “Duecentomila ore”, con Dargen D’Amico e il suo “Dove si balla”, con La Rappresentante di Lista e il suo “Ciao ciao”. E ovviamente con “Apri le tue porte” di Gianni Morandi, uno dei cantanti più amati dal pubblico italiano.

(Domenico Mamone)

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