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Disordine globale

Lo scenario internazionale preoccupa sempre più. L’offensiva bellica di Usa e Israele contro l’Iran e la reazione di Teheran contro i vicini del Golfo sta avendo effetti disastrosi sia sul piano umano – la rituale conta dei morti e dei feriti (agghiaccianti le immagini dei funerali delle 165 bambine della scuola femminile Shajareh Tayyebeh di Minab) – sia su quello sociale ed economico.

Costi di gas e petrolio in forte aumento, rialzo dei prezzi per benzina e diesel, crescita dell’inflazione (che in Italia è già andata su a febbraio, dall’1% all’1,6%, nell’Eurozona è arrivata all’1,9%) sono conseguenze che pagheranno imprese e cittadini. L’interruzione del traffico di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz, dove passa circa il 17% delle forniture globali, ha conseguenze in tutto il pianeta, in particolare in quei Paesi energivori che importano enormi quantità di greggio dalla regione (in testa la Cina con il 37,7%, quindi l’India con il 14,7%). Dallo Stretto transita anche il GNL del Qatar: l’Italia, con l’11%, è tra i paesi europei più dipendenti dalle forniture di gas mediorientale (dati Ispi).

Tutto ciò, a cascata, determina squilibri commerciali, con le scelte di acquisto sempre più prudenti e quindi un raffreddamento generale dei consumi, dei trasporti, degli investimenti.

Sul piano sociale, inoltre, si teme un aumento dei rischi terroristici, a causa in particolare della crescente radicalizzazione giovanile, come avvertono i nostri “007” al parlamento.

A livello economico, un intervento auspicato e immediato, richiesto innanzitutto dal nostro mondo delle imprese, è quello di ridurre le accise sui carburanti e di tagliare i costi energetici, azzerando oneri di sistema e abbassando l’Iva. Ma ovviamente sarebbe un palliativo rispetto al crescente disordine mondiale.

Il vero nodo universale è che l’egemonia della forza ha ormai surclassato la diplomazia, il diritto internazionale e il dialogo. Le superpotenze, con una tolleranza reciproca, stanno adottando logiche predatorie soprattutto verso quelle nazioni ricche di materie prime, con il concreto rischio che anche la Cina possa avere in Taiwan la sua preda dopo l’Ucraina e il Venezuela quali vittime sacrificali di Russia e Stati Uniti. I rischi di essere inclusi nell’elenco per Groenlandia, Cuba e alcuni Stati africani sono concreti.

Dappertutto c’è un ricorso al riarmo, compreso nel nostro continente, dai colossali investimenti tedeschi fino al piano nucleare lanciato dal presidente francese Macron. È una linea completamente opposta alla vocazione unitaria, solidale e pacifista europea in risposta alle macerie del secondo conflitto mondiale, che andrebbe invece recuperata.

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