mercoledì , Luglio 8 2020
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Giuseppe Conte, un “estraneo” di peso?

E’ un momento complicato per il nostro Paese e per il suo premier Giuseppe Conte. I problemi sono tanti, complessi e soprattutto interminabili.

Il Covid-19, nonostante il suo “allentamento” in Europa, resta una spada di Damocle per il futuro sanitario, economico e sociale di tutti noi. Cioè un’enorme incognita. L’unica certezza è che una seconda ondata del virus equivarrebbe, in questo anno già funesto, ad un crollo sicuramente a due cifre del Prodotto interno lordo, con tutto ciò ne consegue. Ecco perché, il necessario ritorno a questa parvenza di normalità che stiamo vivendo, deve essere accompagnato dalla massima assunzione di responsabilità da parte di tutti.

Certo, i dati della pandemia delle ultime settimane in Italia sono incoraggianti, forse dando ragione a chi ha collegato il virus alla stagionalità. Preoccupano, però, i numeri mondiali da record, oltre 100mila nuovi contagiati al giorno. Perché – in un mondo globalizzato – siamo tutti interconnessi e ciò che sta avvenendo in America e in Asia (ma anche in Russia) ha e avrà pesanti riflessi sul nostro turismo e sulle nostre esportazioni.

Le pessime previsioni su Pil, debito pubblico e disoccupazione, la produzione industriale in picchiata, i fondi a sostegno che scarseggiano o non arrivano, le crescenti tensioni sociali sono temi scottanti che il governo è chiamato ad affrontare con grande coesione e massimo impegno. E il premier, in questo momento, è colui che ci sta mettendo la faccia. Con il sostegno, stando ai sondaggi e agli umori, più di buona parte degli italiani che non degli alleati di governo, alcuni dei quali avvezzi agli sgambetti.

Trascorsa la fase di gestione dell’emergenza, con un ruolo primario giocato non solo dalla paura collettiva di cittadini rintanati in casa e dai valori individuali del personale sanitario e del volontariato, ma anche del ruolo “televisivo” del premier, tocca ora proprio alla politica vera, quella delle scelte dettate da visioni ambiziose, dimostrare di saper fare al meglio la propria parte, mettendo in campo soprattutto solidità, concordia e avvedutezza.

Se dobbiamo imparare qualcosa dalla grande “lezione” del Covid-19, non possiamo mettere la testa sotto la sabbia di fronte alle tante debolezze dimostrate dalle nostre società. Occorre fare i conti con i mali antichi – emblematica la rivolta globale contro il razzismo e i suoi vecchi e nuovi simboli -, con le crescenti ingiustizie, con un pianeta malato nelle sue risorse primarie. La vecchia politica, se non vuole essere spazzata via nonostante l’erigere di muri e di bunker, deve saper cogliere questa fase come opportunità per una rigenerazione collettiva.

Gli Stati generali, con la presenza di Ursula Von der Leyen e di altri rappresentanti istituzionali di primo piano nel panorama internazionale, costituiscono certamente un buon viatico per affrontare la necessaria fase di rilancio con le inevitabili implicazioni comunitarie. Ma ciò va associato principalmente a due fattori connessi tra loro: da una parte una visione nuova, ambiziosa, innovativa, che tenga conto dei necessari cambiamenti e delle istanze delle nuove generazioni; dall’altra quella concretezza che finora, in Italia, è stata abbastanza latitante a causa principalmente degli atavici ritardi della macchina burocratica e di una classe dirigente anagraficamente e mentalmente attempata, spesso superata dai fenomeni sociali.

Giuseppe Conte, catapultato come un estraneo dalle aule universitarie di giurisprudenza alla Presidenza del consiglio, è l’uomo giusto per intercettare tutto questo? Sarà capace di resistere alle lusinghe della politica più navigata, talvolta imbonitrice, quella che, tra l’altro, vive con insofferenza proprio l’attuale premier per la sua “estraneità” ai tradizionali parametri, o si lascerà avviluppare dall’italico andazzo? Sarà tentato dal progetto di una sua formazione – accreditata di circa il 15 per cento nei sondaggi – per contrastare il fronte delle destre (a cui potrebbe sottrarre i voti più moderati) o continuerà abilmente a barcamenarsi nel suo prezioso “isolazionismo”, forte di un sotterraneo asse con Beppe Grillo che procura qualche mal di pancia proprio tra quei Cinque Stelle allergici ad un definitivo collocamento a sinistra?

Forse le alleanze (o le mancate alleanze) alle prossime elezioni regionali dirameranno qualche nube per gli appassionati di scontri di potere. Ma il Paese (reale), più che di queste scaramucce, ha bisogno d’altro. 

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