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Il caso del Varesotto e la legittima difesa

La drammatica vicenda accaduta a Lonate Pozzolo, in provincia di Varese, dove il padrone di un’abitazione avrebbe sorpreso un uomo di 37 anni e il suo complice a rubare in casa sua e lo avrebbe ucciso a coltellate dopo essere stato colpito a calci e pugni (è dovuto ricorrere alle cure dei sanitari) ha riacceso il dibattito sulla sicurezza. Il tema, lo ricordiamo, non è soltanto di ordine pubblico, ma investe molteplici ambiti della nostra società, non ultimo quello economico e degli investimenti orientati, solitamente, nei luoghi meno pericolosi.

Ad aggravare l’episodio di cronaca del Varesotto, la reazione dei numerosi amici e conoscenti, per lo più di origine rom, della persona deceduta, che in duecento hanno assalito l’ospedale di Magenta, dove il presunto ladro è morto: hanno divelto la porta del pronto soccorso e hanno cercato di raggiungere il luogo in cui si trova il corpo del parente ma sono stati bloccati dai carabinieri di Abbiategrasso e Magenta intervenuti in forze sul posto.

Al momento gli investigatori trovano coerente la dinamica raccontata dal proprietario dell’abitazione per cui la sua azione dovrebbe rientrare nella sfera della legittima difesa. In sostanza si è verificata una difesa da un’aggressione all’interno di una proprietà privata e l’omicidio non sarebbe stato volontario. Tuttavia nulla è dato per scontato. In Italia, a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, la legittimità della difesa di chi viene aggredito all’interno della sua proprietà è sempre in un limbo perché, affinché sia piena, debbono concorrere diverse condizioni, ad esempio che la reazione sia proporzionata all’offesa, come recita l’art. 52 del Codice penale.

Non addentrandoci in questioni di diritto, tuttavia riteniamo che in episodi del genere sia necessario il massimo sostegno a coloro che subiscono intrusioni nella propria proprietà, come avviene in altri Paesi. Invece da noi un diffuso “buonismo” tende a giustificare gli autori di questi gesti in quanto sarebbero anche loro vittime “della società che avrebbe fallito”. Ma chi commette un reato, capace di intendere e di volere, non è forse padrone del proprio libero arbitrio?

Non va dimenticato che queste “profanazioni” lasciano sempre drammatiche conseguenze di natura psicologica e spesso fisica in chi le subisce. Secondo i dati del Censis, nel 2024 sono stati denunciati in Italia circa 156mila furti in abitazioni, con un aumento del 5,4% rispetto all’anno precedente. Le città più colpite in termini assoluti sono state Roma, Milano e Torino, per incidenza pro capite primeggiano Pisa, Modena e Bolzano. Vicende che segnano profondamente soprattutto le persone anziane, ma non solo.

All’indomani di ogni fatto di cronaca di questo genere, si rinnova il dibattito politico tra il centrodestra che vorrebbe misure più severe (i due “pacchetti sicurezza” vanno in questa direzione) e soprattutto la certezza dell’applicazione della pena (nella conferenza stampa dei giorni scorsi la presidente Meloni ha polemizzato con i giudici proprio su questo tema) e un centrosinistra che denuncia, invece, la carenza degli organici delle forze dell’ordine, su cui il governo non sarebbe intervenuto, e rifiuta la logica del fai-da-te nella difesa.

Di certo le forze dell’ordine fanno ciò che possono e sarebbe impossibile assicurare il presidio di ogni abitazione. Così come un cittadino che si arma non garantisce del tutto la soluzione del problema, andando incontro anche a problemi per sé stesso.

Quali strade intraprendere, allora? Una maggiore fermezza e la certezza dell’applicazione della pena sono indubbiamente due fattori indispensabili, così come la garanzia dell’inviolabilità giuridica della propria proprietà privata, comprese quindi le attività commerciali. Oltre ad una stretta reale su chi ha il foglio di espulsione e continua a delinquere nel nostro Paese.

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