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Il lockdown non può essere per sempre

Le parziali riaperture delle attività economiche e culturali che stanno avvenendo in questi giorni vanno incontro alle legittime esigenze di settori pesantemente colpiti dalla pandemia. Congelare le attività commerciali per mesi equivale ad immobilizzare e impoverire l’intero Paese.

Certo, aprire non deve equivalere al classico “libera tutti”, anche perché il ritorno ad una ridotta normalità sarebbe vanificato da una nuova fase di grave emergenza, con i potenziali clienti di nuovo “barricati” nelle proprie abitazioni. A trarne beneficio sarebbe principalmente il commercio elettronico, in mano soprattutto a quelle multinazionali che, grazie proprio alla transnazionalità, non offrono nemmeno positive ricadute per il nostro Paese in termini fiscali.

Certo, siamo coscienti come non sia facile coniugare le istanze dell’apparato economico con l’emergenza sanitaria: la locuzione “in sicurezza” è la classica foglia di fico di fronte ai milioni di contagiati e ai 120mila decessi ufficiali. Occorre individuare il giusto equilibrio – ma realizzarlo non è elementare – tra i vari segmenti della nostra quotidianità.

Noi crediamo che il lockdown, specie se applicato come unica misura, non sia la soluzione. Da tempo denunciamo soprattutto la mancanza di controlli, i ritardi sul fronte vaccini (perché inizialmente sono state vaccinate tante altre categorie anziché i soli anziani?), i pasticciati interventi sul trasporto pubblico, l’eccessivo peso di comitati scientifici non sempre impeccabili per composizione e indicazioni e soprattutto l’eccessiva “ideologizzazione” che accompagna la pandemia. L’esempio della scuola, che abbiamo spesso citato, è emblematico: se ad alimentare i contagi sono soprattutto gli adolescenti, tra l’altro i più asintomatici, perché non si è investito a dovere sulle nuove tecnologie e sulla didattica a distanza, assicurandola per l’intero periodo di emergenza, evitando tantissimi contagi che hanno alimentato anche il numero dei decessi? Perché la maggior parte degli organi d’informazione dà spazio a sparuti comitati per le scuole in presenza quando la maggior parte di studenti, genitori e docenti sono per la Dad (significativo che dove si può scegliere, ad esempio in Puglia, ben il 90 per cento – numeri ufficiali – opti per la didattica a distanza rispetto alla presenza).

Il problema di fondo è che mentre scuola e uffici possono per fortuna utilizzare le nuove tecnologie per supplire temporaneamente all’ordinarietà in questo periodo straordinario, lo stesso non possono farlo tante attività primarie: meglio salvare dalla fame le persone o accontentare gli ideologici di turno?

(Domenico Mamone)

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