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Il sangue degli innocenti

Siamo purtroppo assuefatti. Orrendamente e colpevolmente abituati. Siamo maledettamente avvezzi al sangue innocente che pigmenta conflitti che devastano territori in tutto il mondo. E’ inconcepibile, nel nuovo millennio, parlare ancora di guerre. Avvertire la locuzione bestiale di “pulizia etnica”. Sentire risuonare la parola “raid”. Vedere immagini di ospedali pieni di feriti orrendamente mutilati. Osservare attoniti e impotenti per l’ennesima volta le immancabili colonne di poveri disgraziati in fuga da tutto e da tutti. Condividerne le lacrime. Pensare ai tanti bambini che convivono quotidianamente con l’orrore.

Ancora più assurdo doverci occupare di nuove guerre, come se il Novecento non ci fosse bastato con le tante carneficine che hanno interessato le nazioni apparentemente più civili. “Mai più” abbiamo ripetuto nei convegni, nelle piazze, nelle scuole. Eppure il Vietnam, l’Afganistan, l’Iraq, i Balcani, la Libia, la Siria e tante altre polveriere dall’Africa all’Oriente hanno continuato ad offrirci analoghi spettacoli di sofferenza e di morte.

Le cronache talvolta condite d’ipocrisia, le motivazioni quasi sempre flebili, i soliti protagonisti con la loro supponenza, passa tutto in secondo piano rispetto anche ad una sola vittima innocente. E qui parliamo di massacri crescenti. Forse il maggior colpevole è il silenzio, talvolta dettato dal realismo e soprattutto dall’interesse economico, da parte di tante nazioni e unioni di Stati – Europa compresa – e organismi internazionali.

Ci hanno detto che sia bastato il non casuale ritiro delle truppe americane, che pure hanno contribuito a ridimensionare l’Isis e hanno fatto da deterrente nell’area, perché l’ennesimo dittatore riuscisse a mettere in atto i suoi piani diabolici. Se il presidente Usa, sotto attacco proprio nel suo Paese, con questa mossa ha tolto ai suoi nemici interni armi e opportunità per smontare i suoi piani, stavolta sotto il fievole processo mediatico è uno Stato non certo distante dai nostri interessi quotidiani, la Turchia, non proprio indifferente a Daesh nonostante sia membro della Nato, addirittura candidato ad entrare in Europa. Ma probabilmente il sangue che accompagna l’ennesimo atto paga la solita ricerca di equilibri e squilibri da parte di tante potenze che “giocano” strategicamente in questi territori per il cinismo della geopolica. Gli immancabili annunci di sanzioni ed embarghi costituiscono la classica foglia di fico.

La scenografia, però, è quella di una tragedia dimenticata, la Siria. Un disastro che non è di oggi. E per il quale tante nazioni – Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia, Israele – non sono esenti da responsabilità. Così come la Nato. C’è poi la colpa, equamente divisa, dei tanti produttori di armi, Italia compresa.

Erdogan, coperto di soldi dall’Europa per mettere un tappo all’immigrazione, otterrà probabilmente i risultati prefissati. Con le armi. Un’area dove collocare milioni di migranti. A pagare saranno sempre i più deboli, questa volta tocca ai curdi. Che hanno fatto il lavoro sporco di combattere l’Isis anche per l’Occidente.

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