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La spada di Damocle dei due Matteo

Il vincitore e il vinto. La crisi d’agosto ha offerto queste fasce ai due Matteo protagonisti assoluti della politica italiana delle ultime stagioni.

L’ingenuo abbaglio estivo dell’insolente Salvini in perpetua campagna elettorale, tra i porti chiusi (apportatori di gradimento) e i mojito sulle spiagge (stimolatori di popolarità) lo ha trasformato nel Re nudo della favola di Andersen, come ha ben evidenziato il saggista francese Bernard-henri Lévy.

Certo, la parabola dell’ex ministro degli Interni, in temporanea discesa dopo la crisi, tornerà sicuramente a salire a fronte dei primi infortuni del governo giallorosso. E “il Capitano”, forte anche dell’esperienza dei recenti errori (dai tanti sul fronte internazionale fino alla ghettizzazione della destra moderata, essenziale invece per vincere a livello locale), tornerà a rivestire un ruolo di primo piano nello scenario politico italiano. A partire dall’opposizione.

Ma uno dei rischi per il Salvini anti-governo giallorosso, benché dalla leadership indiscutibile e dalle piazze piene, è proprio l’isolamento politico. E’ quella che qualcuno, come Flavia Perina, chiama la “sindrome francese” di Marine Le Pen. L’esponente politica francese da anni è in vetta al consenso popolare, ma depotenziata dall’emarginazione delle altre forze politiche (conventio ad excludendum). E’ vero che i voti potenziali per il duo Salvini-Meloni vanno ben oltre quelli della leader del Fronte nazionale francese. Ma senza la sponda della destra moderata, un governo ipersovranista genererebbe un’interdizione morale in ampi ambienti del Paese e soprattutto internazionali. Non a caso l’ungherese Viktor Orban, ben incastonato nei popolari a livello europeo, ha assicurato i suoi voti (decisivi) a Ursula von der Leyen per la presidenza della Commissione europea. E i grillini del nuovo corso istituzionale, quasi montiano, hanno fatto lo stesso.

In sostanza la “destra muscolosa” che Salvini ormai rappresenta, benché piaccia a sempre più italiani, finisce per compattare un ampio fronte di oppositori dalla natura e dalle storie più diverse – è il caso di Pd e M5S – con la consacrazione del resto del mondo.

L’altro Matteo, quello fiorentino, da tempo utilizza una strategia completamente diversa da quella che ha portato tanti voti al leader leghista e, in fondo, a quella da lui stesso adottata nelle prime stagioni politiche (e più consona alle sue aspirazioni): anziché riempire con la sua figura ogni spazio mediatico, ha preferito a lungo la penombra. Specie dopo il pesante infortunio del referendum. Ma ciò non significa la stasi politica. Anzi. Proprio il chiaroscuro ha assicurato forza alla sua imponderabilità.

La chiusura della squadra di governo, con zero esponenti toscani (benché ministri come Bellanova e Bonetti e sottosegretari come Ascani e Scalfarotto rappresentano pedine importanti), ha rappresentato “il dado che è tratto” per i renziani e l’accelerazione per i nuovi gruppi. La scissione, nell’aria da tempo, potrebbe ora allargare il recinto sulla nuova “creatura”, includendo anche esponenti di Forza Italia e di Più Europa.

Ma, anche su questo fronte, la politica italiana conferma la propria imprevedibilità. Nessuno si azzarda a fare previsioni sulle conseguenze della mossa di Renzi, politico vero e spesso acuto. Di certo, anche il Matteo fiorentino resta e resterà uno dei principali protagonisti dell’agone.

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