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L’immigrazione torna d’attualità

Non è soltanto il ritorno del centrodestra al governo, con gli “sbarchi selettivi” proposti dalle autorità italiane, a far tornare d’attualità la questione dell’immigrazione e, in particolare, degli sbarchi di navi con i migranti. Sono anche i numeri del fenomeno, che hanno ripreso a crescere, a riaccendere i riflettori: dopo la flessione degli arrivi con i ministri Minniti e Salvini e a causa del Covid, nelle ultime stagioni si sta verificando un sostanzioso incremento (nel mese di settembre 2022 è arrivato in Italia più o meno lo stesso numero di migranti dell’intero 2019). Nel dettaglio, se nel 2020 ne sono giunti 29.569 e nel 2021 sono stati 54.373, quest’anno siamo già a quota 87.370 (al 4 novembre 2022, dati del ministero dell’Interno). Secondo stime, potremmo arrivare ad oltre 100mila a fine anno.

Siamo coscienti che il fenomeno delle migrazioni è storico, inarrestabile, quasi endemico, spesso frutto di sciagurate scelte politiche sul fronte economico e sociale nel cosiddetto “terzo mondo” (si pensi soltanto ai cambiamenti climatici e alla desertificazione crescente in Africa e in Asia). E concordiamo con i richiami di Papa Francesco all’umanità verso questi “fratelli”. Inoltre, a fronte della crisi demografica, i cittadini stranieri – se ben integrati – costituiscono certamente una risorsa, anche per la salvaguardia o la valorizzazione di alcuni servizi. Tuttavia il fenomeno va comunque gestito, e bene, soprattutto scevro da quelle posizioni ideologiche che spesso hanno causato più danni che benefici.

Invece l’argomento torna accompagnato da altissime tensioni. Soprattutto nel suo aspetto più scottante e controverso: quello degli interessi economici legati all’immigrazione. Perché è indubbio che la materia finisce paradossalmente per diventare business per più di qualcuno, dagli Stati nordafricani che ottengono fondi per frenare le partenze ad alcune organizzazioni che gestiscono viaggi con quelli che l’ex ministro Di Maio chiamò “taxi del mare” fino all’industria dell’accoglienza. Non dimentichiamoci le parole di Salvatore Buzzi, l’uomo delle cooperative romane, in quella che allora venne chiamata “Mafia capitale”: “Gli immigrati rendono più della droga”.

Il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, parlando dei migranti a “Non stop news” su Rtl 102.5, ha detto che “chi è a bordo di quelle navi paga circa 3mila dollari, che diventano armi e droga per i trafficanti. Sono viaggi organizzati sempre più pericolosi. Bisogna stroncare il traffico non solo di esseri umani che è già grandissimo, ma di armi e droga legato al traffico di esseri umani”.

Al di là della polemica politica e di una tensione che potrebbe spostarsi in aule giudiziarie, come già avvenuto in passato (“Un pool di avvocati sta seguendo la posizione legale dei 35 profughi rimasti a bordo della nave Humanity 1 – ha annunciato il deputato Aboubakar Soumahoro): non si può trascurare la differenza tra coloro che scappano da una guerra o da una situazione di pericolo – la loro accoglienza è prioritaria – e coloro che invece approdano per altre ragioni, che vanno naturalmente esaminate e approfondite. I numeri dei migranti economici debbono per forza essere armonizzati con le capacità di accoglienza, altrimenti le loro condizioni resteranno nell’ambito dell’emarginazione e della ghettizzazione e la conflittualità tenderà ad aumentare.

Ma il richiamo centrale va ricondotto alle responsabilità europee, alla necessità, cioè, che la questione sia affrontata coralmente in ambito comunitario. Se giustamente l’Europa non può diventare territorio di un’invasione incontrollata, con tutte le conseguenze economiche e di conflittualità sociale (compresa quella religiosa), è altrettanto vero che non si può rimanere indifferenti o inattivi di fronte al fenomeno. Quote selezionate di migranti vanno equamente distribuite tra le nazioni. Verso chi si sottrae a questo principio egualitario, i palazzi di Bruxelles non possono restare indolenti.

Ancora il Papa: “La vita va salvata, il Mediterraneo è un cimitero, forse è il cimitero più grande” ma “l’Italia, questo governo, non può fare nulla senza l’accordo con l’Europa, la responsabilità è europea”.

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