
Per la frana di Niscemi sono finiti nel registro degli indagati gli ultimi quattro presidenti della Sicilia. Il Molise, sempre più isolato dall’Abruzzo, deve fare i conti con diverse frane (Petacciato, Salcito, Sant’Elena Sannita) e con il crollo di un importante ponte sul fiume Trigno. Riunioni tecniche si sono svolte negli ultimi giorni in Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna per le frane sulla riva del Lambro, a Cormons e a Tizzone Val Parma. A Isola Farnese, vicino Roma, la strada di collegamento con l’esterno ha riaperto parzialmente dopo tre mesi di chiusura a causa di una frana.
È il parzialissimo bollettino delle 684mila frane attualmente attive in Italia, come fa sapere l’Ispra, che evidenzia l’aggravarsi dei fenomeni negli ultimi anni (dai 55mila chilometri quadrati registrati nel 2021 ai 69mila del 2024). C’è, praticamente, una media di due frane per chilometro quadrato. Il 94,5% dei comuni italiani presenta rischio di dissesto idrogeologico a causa di smottamenti, frane, valanghe e alluvioni.
La situazione più grave è nelle aree montane e collinari, che occupano il 75% dell’intero territorio. Non c’è regione che si salva. Oltre 5,7 milioni di abitanti vive in aree rischiose, un milione e 300mila persone nelle zone a maggiore pericolosità, dove sono esposti anche 14mila beni culturali. Come spiega il geologo dell’Ispra, Alessandro Trigila, spesso le frane si riattivano negli stessi luoghi anche dopo periodi di quiescenza di durata pluriennale, come avvenuto nei giorni scorsi con la frana più estesa d’Europa, quattro chilometri nel comune marino di Petacciato, vicino Termoli.
Se da più parti si pone l’esigenza di un piano straordinario di manutenzione del territorio, è pur vero che spesso all’origine dei disastri – quando non concorrono i cambiamenti climatici (vedi ciclone Harry in Sicilia e in Calabria) – ci sono proprio gli interventi dell’uomo. Non soltanto quelli fisici, come lo scriteriato consumo di suolo per la costruzione di edifici, nuove strade, scavi insensati, ma anche quelli amministrativi, come le politiche che hanno determinato l’abbandono delle aree rurali montane, generando assenze di presìdi e di manutenzione del territorio e una diffusa deforestazione. Fatto sta che i due terzi di tutte le frane in Europa avviene in Italia.
Tutto ciò ha un costo economico enorme. Si spenderebbero circa 3,3 miliardi di euro all’anno per rimediare ai danni del cosiddetto dissesto idrogeologico. Secondo stime diffuse dall’Ufficio parlamentare di bilancio, il costo di questi sconvolgimenti potrebbe raggiungere il 5,1 per cento del Pil entro il 2050.
Altro tema collegato è quello della qualità dei progetti d’intervento. Spesso la burocrazia provoca ritardi. Talvolta le soluzioni restano parziali per esaurimento di fondi. Non sempre si tiene conto del rapporto tra i costi e i benefici. Sono state attuate disastrose lavorazioni incoerenti con l’ambiente, con le sue caratteristiche geologiche, con l’ecosistema, con le opere circostanti. Inoltre ogni intervento, che andrebbe sempre georeferenziato, necessiterebbe di una gestione e di una manutenzione garantite per il suo intero ciclo di vita e raramente questo avviene.
C’è infine un aspetto “politico” di cui tenere conto. Gli scriteriati tagli operati costantemente per decenni hanno sacrificato, in particolare, le funzioni delle Province e delle Comunità montane. Un conto è la riduzione degli sprechi – e ce ne sono stati tanti, compresa l’inutile moltiplicazione delle stesse Province – altro è la soppressione di servizi primari, che hanno determinano l’esodo di massa dai comuni montani. L’abbandono delle campagne ha concorso al dissesto territoriale, facendo svanire gli strategici ruoli della custodia e della cura. Parallelamente è praticamente scomparsa la figura del cantoniere, nata addirittura con il regio editto di Carlo Felice Re di Sardegna nel 1830: questi lavoratori gestivano e tenevano pulito un “cantone”, cioè un tratto di alcuni chilometri di strada. Abitavano nelle case rosse dell’Anas, spesso svendute negli ultimi anni, e operavano anche per garantire la sicurezza della circolazione. Ora se ne torna a sentire la necessità. Ma forse, con il mondo notevolmente cambiato e una tecnocrazia che può poco di fronte alle bizze della natura, è davvero tardi.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
