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L’Italia cresce, ma alcuni nodi restano al pettine

Le previsioni, specie quelle economiche, vanno sempre prese con le molle. Nell’individuare il Pil futuro di un Paese, ad esempio, c’è sempre un rincorrersi di cifre molto differenti tra loro, puntualmente sfornate – e “aggiustate” – dai principali organismi specializzati in presunte “predizioni”. Del resto anche le più colossali crisi, compresa quella del 2008, trovano poche tracce rivelatrici nella letteratura economica degli anni precedenti.

Nel nostro Paese, ad esclusione dello scossone sinusoidale determinato dal Covid – prima un crollo del Pil e poi il sostanzioso recupero – una sorta di “calma piatta” caratterizza da decenni la crescita, limitata ad un più zerovirgola. Per cui le previsioni, pur differendo in genere di decimali, ha reso questi estremamente importanti specie nell’effettuare paragoni.

Ad esempio, la crescita italiana del Pil di oltre lo 0,9%, nonostante stia sotto al punto percentuale, ha sorpreso in positivo per svariati motivi: innanzitutto perché il risultato è stato ottenuto in un anno reso difficile da un’inflazione estremamente alta e da due guerre in corso, sebbene la crisi nel Medio Oriente abbia interessato unicamente l’ultimo trimestre; in secondo luogo perché l’Italia è cresciuta il doppio della media dell’Eurozona, ferma allo 0,5%.

Ecco, allora, che – more solito – le previsioni per il 2024 vengono riviste al rialzo: secondo il Centro studi Confindustria, che solo ad ottobre aveva previsto la crescita allo 0,5% per l’Italia, ora raddoppia quasi quel dato portandolo allo 0,9%, in linea con il 2023. E per il 2025 la crescita dovrebbe andare un po’ più su, cioè all’1,1%.

A seminare ottimismo concorrono diversi fattori. Innanzitutto l’inflazione è in discesa e la Banca centrale europea intravede l’inizio di una fase di tagli dei tassi di interesse. C’è poi il miglioramento della domanda globale, che darà nuovo impulso all’export: infatti per il nostro Paese sono previsti ben 20 miliardi di euro in più da questa voce. Da non dimenticare l’apporto del Pnrr: nel 2024 e 2025, come ricorda la stessa Confindustria, l’ammontare delle risorse del Piano da spendere per investimenti e riforme è pari rispettivamente a 42 e 58 miliardi di euro, cioè oltre 2 punti di Pil all’anno, 100 miliardi nel biennio.

Certo, la crescita sarà quindi un po’ “falsata” dalle risorse europee, per lo più a debito. Tuttavia sarà proprio l’efficacia nella gestione del Pnrr a determinare la tendenza anche per gli anni a venire.

Resta il problema dei due conflitti in corso, in Ucraina e in Medio Oriente: c’è qualche barlume di ottimismo, se non altro per l’esaurirsi di queste lunghe fasi logoranti e senza sbocchi, che nel Nord Europa vanno ormai avanti da oltre due anni.

I segnali negativi sono collegati innanzitutto al problema ormai atavico del debito, che limita la possibilità di effettuare sostanziosi investimenti con le manovre. Occorre trovare risorse per confermare i provvedimenti temporanei, come il taglio del cuneo fiscale. E sui conti pubblici tornano operative quest’anno le regole del Patto di stabilità e crescita che ci richiedono un indebitamento sotto al 3%.

A ciò si aggiunge la grana del Superbonus. Indubbiamente in questi ultimi anni i bonus edilizi hanno sostenuto la crescita, alimentando il comparto. E se l’edilizia riparte, si sa, si muove tutta l’economia. Per cui il provvedimento è stato meritorio, specie perché ha attenuato gli enormi problemi determinati dalla pandemia. Certo, c’è stato un rovescio della medaglia, in particolare perché l’operazione non è stata gestita al meglio, la burocrazia ha fatto la sua parte e l’Agenzia delle Entrate è stata costretta a rispondere a continui interpelli e ad aggiustare il tiro. Occorre aggiungere il peso delle truffe (secondo l’Agenzia delle Entrate, i crediti d’imposta oggetto di truffa, relativi ai bonus edilizi, avrebbero raggiunto i 15 miliardi) e il rincaro dei materiali edili, che costituirà un problema anche per la ripartenza del settore.

Indubbiamente l’operazione è sfuggita di mano. Un’analisi del Corriere della Sera parla di un impatto di 135 miliardi rispetto ai 40 previsti inizialmente: dal momento che fino al 2026-2027 scadranno molti crediti fiscali, il ministero dell’Economia dovrà prevedere almeno 22 miliardi di maggior debito pubblico all’anno. Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio la spesa complessiva arriverebbe a 170 miliardi. E’ stato risanato il 10% degli edifici condominiali e il 4% del totale degli edifici residenziali.

Attenzione, però, a buttare il bambino con l’acqua: tirare totalmente il freno a mano equivarrebbe a fermare un settore vitale per il nostro Paese, quale quello dell’edilizia, che rischia di ridimensionarsi fortemente nei prossimi anni a causa della riduzione degli incentivi. Le aziende del settore continuano ad aver bisogno di sostegno perché specie intorno alla piccola edilizia, specie nel Mezzogiorno, ruota l’intera economia locale.

Ci sono altri due fattori che potranno incidere in negativo per le imprese italiane: il prezzo dell’elettricità resta più alto in Italia rispetto ai principali competitori internazionali e i costi dei trasporti continuano a salire a causa dell’insicurezza delle rotte, come in Mar Rosso. In Italia, non dimentichiamolo, la metà dei volumi di merci in entrata arriva via mare.

Insomma, previsioni in chiaroscuro. Come spesso, del resto. A conferma di numeri quasi sempre contraddittori o smentiti a poche settimane dal lancio.

C’è, però, un dato positivo che sembra mettere tutti d’accordo: l’occupazione continuerà a crescere nel 2024 e nel 2025. Ce lo auguriamo, perché il lavoro resta il miglior toccasana per combattere tante piaghe sociali.

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