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Nuovo Dpcm, si punta alla “flessibilità”

Il quarto Dpcm del governo negli ultimi venti giorni conferma una strategia di “navigazione a vista” nella lotta al coronavirus, cioè dell’adozione di misure correlate via via all’evoluzione della pandemia nel nostro Paese. Si tratta di una scelta che punta sulla flessibilità: si mira a tamponare l’emergenza sanitaria, cercando nel contempo sia di attenuare il numero dei contagi sia di limitare le ricadute sul fronte economico, procedendo a chiusure “morbide” e differenziate per territori.

È chiaro che tale scelta sia frutto di dolorosi compromessi, soprattutto tra governo centrale e Regioni. In fondo il premier sta cercando di svolgere principalmente un ruolo di mediatore, conscio che polemiche e fratture in questo difficile momento non possono far altro che aggravare la situazione. Un timoniere in mezzo alla tempesta. Non a caso i continui richiami del presidente Mattarella pongono al centro proprio la necessità di essere coesi per affrontare al meglio la crisi. Oltre alle frizioni interne alla maggioranza e alla vuota retorica spesso proferita da esponenti delle opposizioni, è lacerante il nodo delle sovrapposizioni tra poteri, già emerso nella prima fase della pandemia in primavera: questo vulnus alla stessa democrazia andrà affrontato al termine di questa situazione di emergenza, in quanto è inconcepibile che manovre così delicate debbano passare sotto le forche caudine di una pletora di decisori, con il risultato di partorire provvedimenti non proprio esaltanti né risolutivi.

Certo, il Dpcm, proprio perché sintesi di diversi criteri, mostra più di qualche incongruenza. La suddivisione dell’Italia in tre fasce di gravità della situazione, ad esempio, accende qualche interrogativo sia per l’adozione sulla base di numeri comunque vecchi di dieci giorni sia per la scelta di 21 parametri non sempre supportati da dati attendibili.

Emblematica la discutibile classificazione di alcune regioni. Clamoroso il caso della Calabria, regione inserita nelle aree “rosse”, quindi di fatto costretta ad un duro isolamento che rischia di mettere definitivamente in ginocchio il già esile tessuto produttivo, nonostante abbia il più basso indice di infezioni per popolazione residente (la provincia di Vibo Valentia è tra le ultime in Italia). È chiaro che questo territorio venga penalizzato dalla gravissima e colpevole condizione dell’apparato sanitario, frutto di decenni di tagli, accorpamenti e malgoverno: una ferita profonda a cui non s’è tentato perlomeno di porre correttivi nel corso degli ultimi mesi estivi. Ciò dimostra come una pessima amministrazione, spesso caratterizzata dalla “eterna” presenza degli stessi individui nelle stanze dei bottoni, costituisca il presupposto di catastrofi con conseguenze in tutti i settori, dalla sanità all’economia. Le potenzialità della splendida Calabria sono strozzate proprio da una gestione pubblica verso la quale i cittadini dovrebbero esercitare principalmente una funzione di controllo, per il bene di tutti, rispetto a quello frequente di connivenza. Sarebbe stato opportuno classificarla “arancione”, per garantire una stretta, ma, nel contempo, assicurare una continuità economica.

Lo stesso discorso si può estendere alla Puglia e alla Sicilia, regioni con contagi non elevati, ma penalizzate da una sanità piena di problemi.

Inconcepibile anche l’inserimento di alcune regioni tra le zone con minore gravità della situazione. Pensiamo al Lazio, i cui numeri e le cui situazioni ospedaliere sono in affanno, ma evidentemente condonato per il ruolo centrale nell’amministrazione dello Stato. O alla Campania, inclusa tra i territori meno problematici probabilmente perché il governatore De Luca ha già adottato con tempestività alcuni provvedimenti rigorosi.

Nel Dpcm mancano, poi, indicazioni sul fronte della prevenzione: se i dati si dovessero abbassare, siamo pronti a mettere in campo una macchina efficiente riguardo ai test e ai tracciamenti? Cosa fare per rendere davvero utile l’app “Immuni”? Quali strategie si stanno adottando per adeguare l’apparato sanitario e procedere a nuove assunzioni di medici e personale specializzato? Continueremo a riempire le scuole di banchetti a rotelle o finalmente rafforzeremo le nuove tecnologie per la Dad e prevederemo un medico in ogni istituto scolastico?

Nel complesso il Dpcm appare, quindi, nuovamente tardivo, così come i precedenti, e troppo blando. Probabilmente sarà più la somma dei vari decreti e la genesi sinusoidale degli effetti dei virus a rallentare nelle prossime settimane – si spera – la crescita e la portata della pandemia che non provvedimenti come il coprifuoco dalle ore 22 alle ore 5, con poca gente in giro in questa stagione con le temperature in picchiata.

Probabilmente contribuiranno ad attenuare il dato quei provvedimenti che si sarebbero potuti adottare qualche settimana fa, come la didattica a distanza nelle scuole superiori (inconcepibili i diktat ideologici della ministra Azzolina) e la chiusura di alcune attività, auspicando la tempestività e l’efficacia negli indennizzi, nei ristori, nella detassazione per le categorie danneggiate dalle chiusure anticipate di determinati esercizi. Ma serviranno maggiori controlli – davvero deficitari nel corso dell’estate – evitando quegli assembramenti che continuano a manifestarsi soprattutto nei centri storici e nelle aree della movida, benché orfane di qualche locale. Resta da capire come si farà rispettare il limite del 50 per cento della capienza nei mezzi pubblici.

Nel complesso, come imprenditori, poniamo l’attenzione anche a ciò che si farà per far ripartire il nostro Paese: è giustissimo intervenire su una curva epidemica sempre più preoccupante (pensiamo soltanto al rilevante numero dei decessi, purtroppo l’ultimo ad abbassarsi), ma parallelamente sarà necessario anticipare le “ricette” per quei gravi problemi che deflagreranno tra qualche mese in ambito economico.

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