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Puntare sulla conoscenza

È attribuita a Socrate la celebre massima “Il sapere rende liberi”. A distanza di quasi 2.500 anni da quella pronuncia, illustri analisti confermano il valore primario della conoscenza non soltanto per la crescita individuale, ma anche per lo sviluppo sociale.

Dopo averlo fatto Mario Draghi in più occasioni, è stato il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, a ribadirlo nei giorni scorsi, ad esempio in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina (emblematico il titolo del suo intervento: “Investire nel futuro: giovani, innovazione e capitale umano”).

Secondo il numero uno di via Nazionale, il nostro Paese, per restare al passo con il cambiamento tecnologico e assicurarsi una “crescita stabile”, considerati anche la denatalità e i problemi conseguenti, deve aumentare la spesa per istruzione, formazione, ricerca e conoscenza, soprattutto quella universitaria che, secondo il governatore, “genera elevati ritorni economici e sociali”. In gioco c’è la competitività dell’intero sistema.

Attualmente le risorse pubbliche italiane destinate all’istruzione costituiscono meno del 4% del Pil, cioè sono quasi un punto sotto alla media comunitaria. “Un adeguamento della spesa per la formazione universitaria – sostiene il governatore – rafforzerebbe la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all’attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale”.

Attualmente la percentuale di giovani italiani (25-34 anni) con un titolo di studio universitario si attesta intorno al 31%, penultimo posto nell’Unione europea dove la media è di dieci punti superiore. Situazione peggiore soltanto in Romania.

Questa condizione deficitaria, determinando bassa produttività e scarsa innovazione, contribuisce a provocare la stagnazione del Paese. Tre le conseguenze più evidenti: l’impasse dei salari (dal 2000, come ricorda il governatore, gli stipendi da noi sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21% in Germania e del 14% in Francia); la fuga dei cervelli (un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80% in più di un coetaneo italiano, il 30% in Francia); le disuguaglianze accentuate dal progresso tecnologico.

I limiti del sistema-Italia sono stati ribaditi da Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia politica presso l’Università di Roma Tor Vergata, in un editoriale su Avvenire. L’economista romano fornisce altri elementi sull’indebolimento del legame tra crescita, produttività e salari.

Il primo è costituito dalla struttura produttiva italiana, caratterizzata da imprese “troppo piccole”, spesso inserite nelle filiere globali come fornitori e subfornitori e quindi con potere contrattuale limitato.

Il secondo è, appunto, il capitale umano. Se la quota di popolazione con competenze elevate è ridotta, spiega Becchetti, diventa più difficile sia adottare nuove tecnologie sia spostarsi verso settori ad alto valore aggiunto. “Così si crea un circolo vizioso: imprese che investono poco perché non trovano competenze, e lavoratori che investono poco perché non vedono opportunità salariali corrispondenti oppure, quando lo fanno, emigrano all’estero per valorizzare le loro competenze”.

Il terzo elemento, la produttività stagnante, è determinata soprattutto da fattori di contesto, come la burocrazia che produce tempi lunghi, incertezza interpretativa e aumento dei costi fissi, ad iniziare da quelli dell’energia, o i tempi della contrattazione (“i rinnovi arrivano spesso tardi e questo contribuisce a ritardare non solo aggiustamenti dei prezzi ma anche innovazione nelle forme del rapporto capitale-lavoro – scrive l’economista romano.

Le ricette del professore per l’immediato: rinnovi contrattuali più tempestivi e una riduzione mirata del cuneo fiscale sui redditi medio-bassi. Nel medio periodo, però, la soluzione passa proprio attraverso l’istruzione: “Aumentare competenze, rafforzare Its e formazione continua e rendere il contesto più favorevole agli investimenti riducendo incertezza burocratica, tempi e costi di sistema – indica Becchetti, che pone l’accento anche sulla necessità di una politica industriale di filiera che aiuti le imprese a salire nella catena del valore, “passando dalla competizione sui costi alla competizione su qualità, tecnologia e servizi”. L’ultima analisi: “produttività e salari devono crescere insieme” perché “senza produttività i salari non reggono, senza salari la produttività non trova le energie sociali per ripartire”. Parola di esperto.

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