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Quale Europa dalle urne a giugno?

Mancano due mesi al voto europeo. Si comincerà il 6 giugno con le urne aperte in Olanda, quindi il giorno dopo in Irlanda e Repubblica Ceca, poi toccherà anche all’Italia l’8 e il 9 giugno. In ballo c’è il rinnovo del parlamento europeo e, di conseguenza, della Commissione, l’organo esecutivo dell’Unione europea.

Si vota con il sistema proporzionale, cioè ogni partito (o aggregazione di partiti) viaggerà da solo e dovrà affrontare la soglia di sbarramento del 4%. Ogni elettore potrà esprimere fino a tre preferenze, ma dovrà rispettare il doppio genere, cioè votare almeno un uomo e una donna. Complessivamente l’Italia dovrebbe eleggere 76 deputati attraverso cinque circoscrizioni: Italia nord occidentale (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia); Italia nord orientale (Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna); Italia centrale (Toscana, Umbria, Marche, Lazio); Italia meridionale (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria); Italia insulare (Sicilia, Sardegna).

Già da settimane, di fatto, i principali leader sono in campagna elettorale. Il meccanismo elettorale, ma anche la differente collocazione dei nostri partiti nei gruppi europei, impongono precise strategie per raccogliere il maggior numero di consensi. La discesa in campo dei leader nelle liste elettorali e l’annuncio di qualche nome “di peso” stanno accendendo l’agone.

Non è facile, ovviamente, fare previsioni. Però qualche segnale si avverte.

Si può partire dal bilancio della legislatura comunitaria che si avvia a conclusione. Anche perché è stata caratterizzata da almeno quattro elementi di epocale ed universale importanza.

Il primo è stato certamente la pandemia, che ha segnato il biennio 2020-2021. La risposta, in termini comunitari, c’è stata, in particolare con il Next Generation Ue (Pnrr italiano), il piano di investimenti per la prima volta finanziato con il debito condiviso. Un’iniziativa che ha ricalcato quell’intuizione di Mario Draghi che a fronte delle pesanti crisi scelse politiche economiche espansive. Il Next Generation Ue è un intervento importante, ma avvertito principalmente dalle amministrazioni nazionali e locali, meno direttamente dai cittadini.

Il secondo elemento è stata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, un conflitto che dura da più di due anni. Qui l’azione europea è stata sicuramente meno efficace, il ruolo predominante degli Stati Uniti e del Regno Unito è abbastanza netto e la debolezza politica dell’Europa è tuttora lampante e costituisce quel vantaggio che Putin aveva previsto. La politica comunitaria, in particolare, si sta dimostrando inefficace nell’aprire un possibile negoziato, come denuncia da tempo la Chiesa. Anzi, le differenze accentuate tra le posizioni dei singoli governi, con Macron che addirittura vorrebbe inviare truppe europee sul campo, indeboliscono ulteriormente il fronte occidentale. Si assiste unicamente al business degli armamenti, con l’enorme crescita degli investimenti in armi, e si sta enfatizzando la questione dei confini europei, tra la lunga procedura per l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, i rischi per Moldavia e Balcani, il ruolo della Turchia, i rapporti con Paesi del Mediterraneo che guardano sempre più all’Africa (vedi, per l’Italia, il Piano Mattei e le recenti visite del presidente Mattarella ad alcuni leader africani).

Tema collegato è il progetto di difesa comune, che stenta a decollare.

Terza questione è quella del cambiamento climatico e della transizione ecologica. Il Green Deal europeo, di fronte alle proteste nei singoli Paesi in particolare per le misure di adeguamento ambientale degli edifici e delle limitazioni alla mobilità non sostenibile, è stato in parte congelato. Un passo indietro che più di qualcuno legge come una sorta di “ammissione di colpa” per scelte che potrebbero incidere in modo negativo per le tasche dei cittadini europei.

Quarto tema universale è quello dell’immigrazione. Si sta puntando principalmente ad accordi con Paesi terzi, come Tunisia ed Egitto per frenare i flussi o con l’Albania per la dislocazione dei richiedenti asilo. Di certo in Italia la questione è ancora particolarmente avvertita dall’elettorato e tende a favorire i partiti di destra.

A caratterizzare, quindi, lo scenario elettorale sono principalmente le conseguenze di questi temi, cioè quattro crisi: una economica, con l’inflazione che ha fatto schizzare i prezzi al dettaglio ed il tasso dei mutui, accentuando le difficoltà per milioni di famiglie e aumentando i tassi di povertà; la crisi sanitaria, che il Covid ha reso più evidente e le liste di attesa italiana costituiscono ormai un’emergenza sociale; l’allarme umanitario, con il costante sbarco di disperati soprattutto sulle coste italiane; la crisi energetica, che sta di fatto riaprendo la strada al nucleare.

È quindi prevedibile che le urne di fine primavera registrino la crescita delle formazioni euroscettiche e sovraniste, perché in un periodo come il nostro, dove le crisi si stanno presentando in una dimensione sempre maggiore, le implicazioni negative della fragilità e della “non-politica” comunitaria si avvertono di più. Tuttavia il peso degli estremismi, comunque divisi tra loro, quanto riuscirà ad indebolire i partiti tradizionali, in particolare popolari, liberali e socialisti? Anche perché l’alleanza tra le forze europeiste, per quanto indebolita, appare quasi scontata e l’unica praticabile per la prossima legislatura.

Di certo, però, il complesso quadro rilancia una verità sull’Europa: resta un affascinante progetto, ma decisamente problematico e incompiuto.

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