
L’operazione militare eseguita dagli Stati Uniti sabato 3 gennaio 2026 in Venezuela, con la cattura e la deposizione del presidente Nicolas Maduro, invita a qualche riflessione.
In premessa, va ricordato che il Venezuela è stato uno dei Paesi più attrattivi al mondo, per bellezze paesaggistiche, clima e soprattutto riserve naturali, petrolio di ottima qualità in primis (riserve per circa 300 miliardi di barili). Ha calamitato centinaia di migliaia di italiani, che lì hanno fatto fortuna: attualmente sono circa 160mila i nostri connazionali che vivono stabilmente nel Paese americano, ma almeno un altro milione e mezzo di venezuelani ha origini italiane. Da qui anche il grande interesse della politica italiana per Caracas e dintorni (con la sinistra estrema e i Cinque Stelle a favore di Maduro, il centrodestra con l’opposizione).
Dopo anni di regimi democratici, per quanto caratterizzati da forte corruzione, prima Chavez (dal 1999 al 2013) e poi Maduro, benché eletti democraticamente, hanno imposto un modello politico, definito appunto “chavismo”, caratterizzato da un autoritarismo d’ispirazione castrista.
I critici ricordano che, nel nome della forte opposizione al modello globale neoliberista, i due presidenti hanno nazionalizzato le principali aziende determinando la desertificazione produttiva, la fuga di tanti imprenditori soprattutto negli Stati Uniti e a Panama, poi del ceto medio e medio-basso, ridotti alla sussistenza, principalmente verso la Colombia, il Perù, l’Ecuador, il Brasile e gli Usa. Secondo l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni, sono quasi otto milioni i venezuelani fuori dal Paese, un quarto della popolazione totale del Venezuela. L’impoverimento del Paese è lampante, tra iperinflazione e scarsità di alimenti (secondo i dati della Caritas, il 65% dei bambini presentano deficit nutrizionali). Il sistema sanitario è al collasso.
Inoltre il governo ha adottato una politica populista che, garantendo diffusi sostegni alle classi più povere, ha molto attenuato la propensione al lavoro, favorendo invece il ricorso alla criminalità (Caracas è oggi una delle città più pericolose al mondo).
I sostenitori del modello chavista, al contrario, ne evidenziano gli sforzi per il raggiungimento della giustizia sociale, specialmente attraverso le cosiddette “missioni bolivariane” finalizzate a combattere atavici mali della popolazione, in testa l’analfabetismo e la povertà.
Di certo il Venezuela, negli ultimi anni, ha visto ridursi pesantemente gli spazi di libertà (emblematica la detenzione del nostro cooperante Alberto Trentini insieme ad almeno 1.500 oppositori) e soprattutto ridurre alla fame milioni di abitanti, causa anche le sanzioni statunitensi.
Tuttavia le modalità con cui Trump sta interpretando oggi il ruolo degli Usa accendono inevitabili discussioni.
C’è chi richiama la morte del diritto internazionale (inclusa la Carta delle Nazioni Unite) e della sovranità degli Stati: in sostanza, può il presidente di una nazione “democratica” (uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Onu) decidere di bombardarne un’altra in nome di vaghe accuse di narcotraffico e terrorismo al legittimo presidente, per quanto molto discutibile, determinando anche una quarantina di morti tra militari e civili, secondo quanto riportato dal New York Times e addirittura assumendone il controllo “provvisorio”? Non a caso si ipotizza una nuova Yalta con l’Ucraina a Putin, il Sud America a Trump e, profetizza qualcuno, Taiwan alla Cina. Insomma, la legge del più forte. Il depotenziamento delle Nazioni Unite è lampante, con il segretario generale Antonio Guterres limitatosi ad avvertire che gli attacchi statunitensi hanno creato “un pericoloso precedente”.
Del resto è vivo il ricordo dei sanguinosi precedenti storici nella stessa direzione, nell’ambito di un nuovo ordine mondiale multipolare: Afghanistan (dove, dopo tanto sangue innocente, sono tornati i talebani), Iraq (dove la democrazia resta un miraggio), Siria (da un anno in mano non proprio ad un missionario, ma ad un ex leader di al-Qāʿida), Libia (nel caos), con rischi futuri per Iran e Nigeria. Tra l’altro, nella maggior parte dei casi, si tratta – guarda caso – di Paesi produttori di petrolio. Aggrediti, il più delle volte, con motivazioni rivelatesi poi false, come le famigerate armi chimiche dell’Iran. E se domani toccasse alla Groenlandia, al Canada o alla stessa Europa?
Anche Papa Leone, statunitense, durante l’Angelus domenicale ha detto che “il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione”. Prevost, in sostanza, fa riferimento proprio alla lesione della sovranità nazionale.
Di contro, c’è chi gioisce per la fine del governo Maduro, nato sugli esiti della prova elettorale del 2024 la cui validità è stata fortemente contestata a livello internazionale, tanto che molti Stati non ne hanno riconosciuto la legittimità democratica. Non a caso la maggior parte dei venezuelani vive queste giornate come una vera e propria redenzione, sperando nel miglioramento delle proprie condizioni di vita.
Tra accuse di arrogante ingerenza dall’esterno e, al contrario, gratitudine ai “liberatori”, il Venezuela s’interroga sul proprio futuro.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
