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Se la Meloni studia da premier

“Mi preparo a governare la nazione”. Lo ha detto Giorgia Meloni a “In Mezz’ora in più”, la trasmissione di Lucia Annunciata.

Non è solo una battuta. La leader di Fratelli d’Italia sta volando nei sondaggi, raccogliendo percentuali che la destra italiana non ha mai avuto. Come mai?

La risposta potrebbe venire dalla lettura del suo “Io sono Giorgia”, uscito la scorsa settimana per Rizzoli e già in testa ai libri più venduti. Ha ottenuto paradossalmente una vasta pubblicità anche da un episodio trasformatosi in boomerang: una libraia del popolare quartiere di Tor Bella Monaca ha rifiutato di venderlo, con inevitabile tam tam mediatico. Nicola Franco, capogruppo di Fratelli d’Italia al VI Municipio, ha quindi deciso di regalarlo ai ragazzi del quartiere con questa motivazione: “La storia di Giorgia è un esempio, soprattutto per i giovani”.

Perché dovrebbe costituire un esempio?

In un quadro politico da anni dominato principalmente da grandi professionisti della società civile, da Berlusconi a Monti, da Conte a Draghi, la parabola della Meloni costituisce un’anomalia. Dall’autobiografia della leader di Fratelli d’Italia emergono due probabili componenti del gradimento: le radici popolari e le difficoltà esistenziali. Condizioni che l’hanno temprata, assicurandole una marcia in più. E, al di là di come la si pensi, l’unica donna alla guida di un partito è sicuramente diventata, in breve tempo, una protagonista dello scenario parlamentare odierno.

La leader di Fratelli d’Italia è cresciuta, come noto, nel popolare quartiere della Garbatella, uno dei “feudi rossi” della Capitale, ma non ha rinunciato alla voglia di cambiare il mondo attraverso la passione viscerale per la politica, iniziata attivamente nella sezione di zona del Msi (via Guendalina Borghese 8) ad appena quindici anni. Unica donna in un esercito di uomini. Il motivo di quella decisione: 19 luglio 1992, il giorno dell’attentato a Paolo Borsellino.

Ma perché una ragazza cresciuta alla Garbatella sceglie stranamente la sponda destra? “Può sembrare paradossale a molti – scrive nel libro – ma la verità è che io sentivo a destra una libertà che non sentivo a sinistra. La libertà dal conformismo, la libertà di non piegarsi allo ‘spirito del tempo’, la libertà di una critica radicale che la sinistra, chiusa nella sua visione ideologica, non consentiva. Il primo tratto dell’essere di destra è il ‘realismo’. Affrontare senza paraocchi ideologici il mondo e le sue sfide”.

La critica va oltre: “Alla sinistra non piace affatto la destra, e questo sembra abbastanza scontato. D’altronde anche a me la sinistra non piace e non ne faccio mistero. La cosa bizzarra è invece la pretesa della sinistra di voler spiegare a noi, ma non solo a noi, cosa dovrebbe essere la destra. Giornalisti, opinionisti, commentatori, politici, intellettuali più o meno validi di sinistra passano buona parte del loro tempo a dissertare di come sarebbe bello avere in Italia una destra ‘moderna e dialogante, che abbandonasse le sue posizioni impresentabili’, tradendo, ancora una volta, quella presunta e mai dimostrata superiorità morale per la quale la sinistra pretende di decidere persino come dovrebbe essere l’avversario”.

Nel libro rileva come molti dei ragazzi impegnati in politica arrivino da situazioni familiari particolari: tanti avevano genitori separati o magari vivevano in contesti con qualche problema. “I ragazzi che più si dedicavano all’impegno politico cercavano dei riferimenti, una loro dimensione, volevano appartenere a qualcosa”. E proprio in quella stagione, le sezioni di partito hanno sfornato tanti odierni parlamentari di tutti gli schieramenti.

Anche lei si è portata dietro molte sofferenze. La più grande: il padre che ha abbandonato la famiglia, trasferendosi alle Canarie. Ammette: “Quello che mi ha segnato davvero è stato il suo totale disinteresse verso di noi”. Ma ha sofferto anche per il bullismo, a causa dell’essere sovrappeso. O per le tante insicurezze. Confessa: “Ho paura ogni giorno, spesso mi sento inadeguata, ho paura che gli altri non mi considerino all’altezza. Ma questa paura è la mia forza, perché è la ragione per la quale non ho mai smesso di studiare e di imparare, è la ragione per la quale sento di dover sempre dimostrare cento, anche quando in un argomento parto da zero”.

La Meloni, insomma, s’è sempre rimboccata le maniche. E anche questo c’è nella sua forza. Ha fatto mille mestieri: la babysitter (anche della figlia della compagna di Fiorello), la guardarobiera, l’ambulante al mercato di Porta Portese in un banco di musica, la barman. Racconta di aver lavorato anche al locale “Tina Pika” dove si esibivano comici diventati poi famosi, come Enrico Brignano, Antonio Giuliani, i Mamma mia che impressione.

Un identikit racchiuso in una fortunata locuzione gridata il 19 ottobre 2019 nel corso di una manifestazione del centrodestra a piazza San Giovanni in Laterano a Roma contro la nascita del secondo governo Conte. “Io sono Giorgia. Sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”. Spiega: “Io sono tante cose insieme che raccontano da dove provengo, definiscono chi ho scelto di essere, indicano dove vorrei andare. Sono le mie identità plurime che, come cerchi concentrici, incorniciano la mia vita su questa terra e lasceranno memoria in chi mi ha amato. Alcune di queste identità non le ho scelte, mi sono state donate; altre sono frutto della mia libertà”.

LA POLITICA – Al di là delle convinzioni di ognuno, i suoi capolavori politici sono indiscutibili. Ad iniziare dall’aver fatto ritrovare una casa alla destra italiana, ricostruendola sulla macerie di Alleanza Nazionale. “Ancora oggi non riesco a spiegarmi le scelte di Gianfranco Fini – scrive nel libro. “Non mi capacito di come l’uomo che aveva dedicato una vita a far crescere la destra in Italia, e che grazie alla sua abilità e alle sue intuizioni l’aveva tirata fuori dai margini dell’arco costituzionale per farne una forza di governo, in pochi mesi abbia fatto tutto ciò che poteva per distruggere quel patrimonio”.

Sarà Fabio Rampelli a scegliere il nome “Fratelli d’Italia”, mentre la Meloni avrebbe preferito “Noi italiani”. La formazione è partita da un misero 1,96 per cento. 667mila voti. Poi, alle politiche del 2018, è arrivata al 4,35 per cento. A febbraio 2019 è stato eletto in Abruzzo il primo presidente di Regione, Marco Marsilio, una delle prime persone che la Meloni da piccola ha conosciuto alla sezione della Garbatella. Alle elezioni europee del maggio 2019 il partito ha ottenuto un inatteso 6,44 per cento, eleggendo sei europarlamentari. Ora i sondaggi dicono che sfiori il 20 per cento.

La Meloni, che ad appena 44 anni può dire di voler guidare la nazione, ha bruciato tutte le tappe. Ad appena 21 anni è stata eletta consigliere della Provincia di Roma, in maggioranza con Silvano Moffa. “Di quegli anni da consigliere ricordo anche le mie ripetute polemiche contro una struttura di tutela delle donne che trovavo, e trovo, grottesca e controproducente: la cosiddetta ‘Commissione delle Elette’. Oltre alle varie commissioni ordinarie dedicate alle diverse materie, esisteva infatti una commissione sulle ‘pari opportunità’ riservata alle donne di tutti gli schieramenti. L’impressione era quella di essere confinate in una sorta di baby-parking, tutte lì costrette a parlare fra di noi dei nostri problemi mentre gli uomini, nella stanza accanto, facevano politica ‘vera’. Abbandonai la Commissione delle Elette dopo un paio di riunioni, perché la sfida per noi donne è saper competere nel gioco ‘dei grandi’, e non quella di costruirne uno parallelo tra di noi, nel quale siamo a nostro agio solo perché chiuse nello spazio a cui pensiamo di appartenere”.

È una vicenda esemplare del modo deciso di procedere della Meloni, che a 27 anni, nel 2004, è stata eletta presidente di Azione Giovani, la formazione giovanile del partito.

Due anni più tardi diventerà, non ancora trentenne, vicepresidente della Camera.

Poi un altro record: il ministro più giovane nella storia repubblicana: ministro della Gioventù nel 2008, a 31 anni.

Nel 2020 è stata eletta presidente dei Conservatori e Riformisti europei, una delle famiglie politiche più importanti d’Europa e che riunisce oltre 40 partiti europei ed extra-europei. È l’unica donna leader sia di un partito politico europeo sia di un partito italiano.

I VALORI DELLA DESTRA – Nel libro, la Meloni ripercorre le tappe delle sue convinzioni ideologiche. Difende innanzitutto la famiglia tradizionale e i figli: “Agli occhi del pensiero unico dominante io sono una bigotta – scrive. “Un’impresentabile oscurantista, che si aggira minacciosa nel tentativo di mettere al rogo chiunque voglia favorire il progresso. Intendendosi, per ‘progresso’, questioni come la teoria gender, l’utero in affitto o l’aborto al nono mese. Le leggi di uno Stato non possono normare i sentimenti. Non condivido l’idea sostenuta sempre più apertamente dalla sinistra, che si possa fare a meno degli italiani, rimpiazzandoli con chi è appena arrivato da altre parti del mondo”. E indica la denatalità come uno dei principali problemi per il nostro Paese.

Ribadisce la lotta all’omologazione, che in fondo sposa anche posizioni della sinistra antagonista. Non a caso cita positivamente alcuni pensieri di Pasolini, Giovanni Lindo Ferretti e persino Francesco Guccini. “’Produci, consuma, crepa’ ammoniva Giovanni Lindo Ferretti con i suoi Cccp. Una società omologata nella quale saremo così deboli da non poter più difendere i nostri diritti, e saremo in balia delle grandi concentrazioni economiche, di quel mondialismo spinto che accentra il potere e la ricchezza nelle mani di pochi, sulla pelle di miliardi di persone, che plasma a suo uso e consumo”.

In questo contesto inserisce l’avvento del governo di Mario Monti, che “non arrivò alla presidenza del Consiglio italiano per caso, come soluzione ‘improvvisata’ alle imprevedibili dimissioni di Berlusconi. No, quell’operazione fu voluta e pianificata in ogni dettaglio. Dalle consorterie europee, da alcuni poteri finanziari e da fiancheggiatori di casa nostra, alcuni dei quali occupavano le massime cariche dello Stato, Giorgio Napolitano in testa”.

La battaglie sulla giustizia sociale investono, ad esempio, le discrepanze sulle pensioni. “Questa della lotta alle pensioni d’oro è una mia antica battaglia, purtroppo poi sposata anche dai grillini che, puntualmente, l’hanno ridicolizzata e affossata. Ma ancora oggi sono convinta che sia una rivendicazione sacrosanta. Non ho nulla contro la ricchezza meritata e non ho nulla contro le alte pensioni frutto di contributi versati. Sono contro le ingiustizie e le furbate, però, come assegni da 30.000 euro al mese ottenuti grazie a leggi fatte apposta per favorire alcuni pochi fortunati a discapito di tutti gli altri”.

Poi lo spinoso tema dell’immigrazione. “La sinistra dice spesso che la destra sul tema immigrazione fa demagogia – scrive. “Ma è vero esattamente l’opposto: è la sinistra che si limita ad affrontare la questione con un generico e ridicolo ‘volemose bene’”.

L’esaltazione dello sport, altro valore caro alla destra. “A me lo sport ha cambiato la vita. Da ragazza ero quasi sempre sovrappeso, fumavo e lo stress pareva spesso prendere il sopravvento. Poi ho cominciato ad allenarmi, con costanza e tenacia, e a un certo punto mi sono resa conto che non potevo più farne a meno. Forma il senso di appartenenza, la voglia di sentirsi parte di qualcosa e di spendersi per vederlo trionfare”.

Insomma, il libro conferma una biografia appassionata e appassionante, scandita nei titoli da quel tormentone nato per essere ironico ma diventato un manifesto identitario. Fino a che punto la Meloni si gioverà di essere l’unica leader d’opposizione?

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