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Un lavoro per tutti

Il mondo del lavoro, insieme a quello dell’istruzione e della formazione, è il principale habitat di inserimento e integrazione dei cittadini immigrati. La funzione “sociale” degli imprenditori è benefica anche in tal senso. Il sistema produttivo, si sa, è il più efficace artefice di apertura delle frontiere e delle menti.

Se la scuola è l’ambiente di inclusione soprattutto delle nuove generazioni, un passaggio che amalgama anche le famiglie attenuando diffidenze e timori (gli studenti con cittadinanza non italiana sono circa 930mila, pari all’11,6% della popolazione scolastica totale), il lavoro assorbe buona parte delle comunità straniere considerando che sui circa sei milioni di cittadini immigrati attualmente presenti in Italia, oltre due milioni sono gli occupati regolari, cioè oltre il 10% del totale dei lavoratori.

Insomma, l’Italia multietnica è un dato di fatto e l’apporto degli immigrati, attraverso il lavoro, è basilare in tanti settori, non soltanto in quelli dove c’è poca disponibilità di italiani, ad esempio l’edilizia, l’agricoltura, il commercio ambulante o l’assistenza agli anziani: si pensi, ad esempio, alla funzione strategica svolta dai circa 400 medici cubani in Calabria, che presto potrebbero raggiungere il migliaio di unità, fenomeno emerso soprattutto nelle ultime ore dopo le critiche statunitensi.

Nella maggior parte dei casi, però, siamo ancora lontani da una piena integrazione degli immigrati: e qui una parte del mondo del lavoro, soprattutto quello globalizzato, ha certamente più responsabilità della scuola.

Se è assodato che la maggior parte degli immigrati svolge i lavori meno qualificati, per lo più quelli manuali, è altrettanto vero che a molti di loro sono negati i diritti più elementari. Uno dei settori emblematici in tal senso è quello della consegna di cibo a domicilio, che assorbe circa 20mila lavoratori stranieri: non solo si tratta di un “mestiere” che contribuisce davvero poco all’integrazione della persona (per lo più l’attività garantisce una sussistenza), ma le modalità lavorative rispecchiano spesso quelle “storture” imposte da una globalizzazione fatta di piattaforme internazionali di intermediazione (che erodono tra il 15 e il 30% degli incassi del ristoratore), di digitalizzazione e di algoritmi che calibrano le prestazioni dei fattorini. Se, come spesso scriviamo da imprenditori appassionati di questa “missione”, il Lavoro con la “elle” maiuscola impone un’etica, è inaccettabile assistere a sacche caratterizzate dal taglio dei costi parallelo alla compressione dei diritti.

Le inchieste in corso a Milano sullo sfruttamento dei rider con paghe da fame confermano le criticità di molti protagonisti di un settore imprenditoriale che, avendo margini di guadagno ristretti benché in crescita, comprime al massimo i costi lavorativi e adotta soluzioni come gli algoritmi e un’estesa flessibilità organizzativa.

Una vita obbligata è quella della contrattazione collettiva e di un inquadramento contrattuale in grado di rafforzarne le tutele, superando quei pagamenti a consegna che in genere estromettono malattie, festività, ferie e altri diritti. Resta, però, il nodo del tipo di inquadramento visto che in Germania, Olanda e Spagna i rider sono lavoratori subordinati, mentre in Francia il modello prevalente è quello autonomo.

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