mercoledì , Settembre 23 2020
Home / Comunicazione / Il Presidente / Vicini al popolo libanese

Vicini al popolo libanese

La gravissima esplosione – dalle prime notizie sembrerebbe accidentale – dei grandi silos bianchi contenenti nitrato di ammonio nel porto di Beirut, con oltre un centinaio di morti e migliaia di feriti, ci spinge a dedicare qualche riflessione a questa nazione a noi particolarmente vicina e ad esprimere solidarietà e vicinanza sia ai tanti amici libanesi che vivono in Italia, circa duecento famiglie solo a Roma, sia ai militari italiani impegnati a garantire un presidio di legalità e sicurezza nel Paese dei cedri.

La bandiera libanese con il cedro

E’ un forte legame che coinvolge, tra l’altro, anche la località calabrese di Guardavalle, in provincia di Catanzaro, che ha conferito la cittadinanza onoraria al monsignore libanese Antoine Gebranè (padre Tony), nato ad Hasroun, che è stato procuratore del Patriarca Maronita presso la Santa Sede e Corepiscopo Maronita, a lungo animatore della folta e dinamica comunità libanese a Roma e presiede da diversi anni, i riti per Sant’Agazio Martire, patrono del comune del catanzarese.

Aereo della compagnia libanese Mea

Del resto il Libano è terra di forte emigrazione: le persone di origini libanesi nel mondo sono circa 14 milioni, numero enorme dal momento che i libanesi in patria sono circa cinque milioni.

La drammatica notizia di ieri da Beirut, ulteriore carneficina in un territorio che negli ultimi decenni ha pagato un enorme tributo di sangue, riporta al centro delle cronache internazionali un Paese ripiombato da tempo in una straziante crisi, conseguente ad un mix di annosa instabilità politica, debacle finanziaria e Covid.

I resti di Tiro

Il Libano, che è stato culla della civiltà fenicia (in particolare con Sidone e Tiro), poi dominio romano, quindi per 400 anni assorbito dall’impero ottomano, nell’ultimo secolo ha rappresentato soprattutto l’ultimo forte presidio della fede cristiana in Oriente – con le comunità maronita e ortodossa molto attive – e ponte tra occidente e mondo islamico. Dal 1916 fino alla seconda guerra mondiale è stato mandato francese: da qui il forte nesso con la nazione transalpina e con la sua lingua (in Francia c’è un’enorme comunità di libanesi). Radicati rapporti esistono anche con l’Italia.

Khalil Gibran

Tra gli anni cinquanta e settanta, il Libano, incantevole per natura e testimonianze del passato, terra di Khalil Gibran (1883-1931), il principale poeta del mondo arabo e tra i maggiori al mondo, ha conosciuto una rapida prosperità economica, determinata da riforme e modernizzazione, che hanno fatto di Beirut uno dei principali centri commerciali, creditizi, finanziari e culturali del Vicino Oriente. Un territorio non a caso definito “la Svizzera del mondo arabo”. Gli scambi commerciali hanno visto in prima fila la Francia e l’Italia. E tante personalità di origine libanese hanno dato lustro a questa terra in tutto il mondo.

Poi la sanguinosa guerra civile tra il 1975 ed il 1990, a causa principalmente della forte frammentazione religiosa e degli interessi internazionali. Nel Paese dei cedri convivono ben diciassette confessioni religiose: dai cattolici maroniti (un tempo maggioranza) ai musulmani, dagli ortodossi agli armeno-cattolici, dai drusi ai protestanti. Una suddivisione che si riflette anche sul piano politico, con le più alte cariche dello Stato assegnate ai tre gruppi principali: il presidente della repubblica è cristiano maronita, il primo ministro è sunnita, il presidente del parlamento è sciita.

Bashir Gemayel

Così la guerra ha visto da una parte le milizie dei cristiani maroniti, legate al partito falangista di Pierre Gemayel, dall’altra la coalizione di palestinesi, libanesi musulmani sunniti, sciiti (Amal) e drusi. Quindici anni di drammatico conflitto, caratterizzato anche dall’invasione da parte di Israele nel 1982, anno dell’assassinio di Bashir Gemayel, figlio di Pierre, appena eletto presidente della repubblica. Il giovane e brillante politico plurilaureato fu vittima di un attentato insieme ad altri 26 dirigenti falangisti, una delle pagine più nere della storia libanese. L’omicidio del giovane presidente libanese provocò appena due giorni dopo, come ritorsione, l’eccidio di Sabra e Shatila con lo sterminio di centinaia di palestinesi. L’anno seguente un duplice attentato da parte di Hezbollah, l’organizzazione paramilitare sciita (oggi schierata in Siria, accanto ai russi, in difesa del regine di Bashar Assad), alle basi della forza multinazionale di pace causò la morte di 241 marines statunitensi e 56 soldati francesi, con conseguente ritiro delle truppe internazionali, lasciando il Paese nel caos della guerra civile.

Ma il Libano non ha avuto vita facile nemmeno dopo. Nel 2005, nel giorno di San Valentino, è stato assassinato in un attentato – insieme ad altre 21 persone – uno dei politici più in vista, il sunnita Rafīq al-Harīrī, primo ministro dal 1992 al 1998 e poi dal 2000 al 2004, periodo in cui Forbes lo classificò al quarto posto tra gli uomini politici più ricchi del mondo. Di quell’assassinio proprio venerdì prossimo sarà resa nota l’attesissima sentenza per quattro imputati in contumacia, tutti membri di Hezbollah (il quinto imputato, considerato la mente dell’attentato, è stato misteriosamente ucciso a Damasco nel 2016). Anche questa una coincidenza che invita a riflettere.

Moschea Al Amine

L’instabilità è, dunque, uno dei principali problemi del Libano moderno, esito principalmente del forte confessionalismo che caratterizza ogni aspetto ordinatore della vita sociale, dalla politica alla giustizia. Un reticolo che spesso ingessa l’azione politica e che ha impedito le necessarie spinte verso la modernizzazione: manca non solo un’efficiente rete digitale, ma persino un decente apparato elettrico. Lo Stato riflette appieno la costante ricerca di complessi equilibri che caratterizza gran parte del mondo arabo.

La drammatica esplosione al porto di Beirut è la classica “pioggia sul bagnato”. Il Paese, in realtà, è in ginocchio da mesi. Il debito pubblico è enorme, la sua crescita è inarrestabile. La lira libanese ha perso l’80 per cento del suo valore soltanto negli ultimi otto mesi. La disoccupazione è alle stelle, ha raggiunto il 33 per cento. Quella classe media che era equiparata agli standard di vita europei è quasi del tutto scomparsa e, a causa della crisi finanziaria, i libanesi da mesi non hanno più accesso ai dollari. La povertà morde ormai più della metà della popolazione: Save the Children attesta che soltanto nell’area della Greater Beirut – 2,2 milioni di abitanti – le persone che non hanno cibo a sufficienza sono circa 910mila, la metà dei quali bambini. E con la crescita del malessere, parallelamente esplode la criminalità: i dati della polizia attestano di un aumento del 50 per cento dei soli furti d’auto nei primi mesi del 2020 rispetto all’anno precedente.

La tensione sociale è di nuovo enorme in un Paese fermo, che non produce alcunché e importa tutto ciò che consuma (con prezzi triplicati nel giro di qualche mese). Come racconta il bravo giornalista freelance Lorenzo Forlani, “i morti in incidenti stradali aumentano perché non ci sono più soldi per semafori e lampioni”. La carne, bene di lusso, è stata eliminata dal rancio delle forze armate.

La politica, anche qui, ha le sue colpe. Tanta la corruzione e particolarmente accentuate le disuguaglianze. Secondo le Nazioni Unite l’1 per cento della popolazione detiene il 25 per cento della ricchezza. Il 20 per cento dei depositi bancari è concentrato in appena lo 0,1 per cento del totale dei conti, per lo più posseduti da politici e amministratori pubblici.

Ma a far destabilizzare il Paese è stata anche l’invasione dei profughi dalle aree limitrofe, in particolare il milione e mezzo di siriani, oltre ai 500mila palestinesi in una nazione con appena cinque milioni di residenti.

Da non dimenticare il peso della pandemia di Covid, con cinquemila casi che nelle ultime settimane hanno ripreso a crescere, toccando gli oltre 200 nuovi infettati al giorno.

Il fascino del Libano interno

L’augurio è che questa terra, quella dell’attrice Antonella Lualdi, del giornalista Gad Lerner, del cantante Mika, possa finalmente ritrovare quel benessere e della serenità purtroppo da tempo perduti.

Check Also

Urne dalle poche sorprese

La prudenza in alcuni sondaggi della vigilia (il classico “testa a testa”), che ha alimentato …