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La “jobs guarantee” sarebbe efficace in Italia?

Domenico MamoneIl settantasettenne Bernard Sanders, senatore statunitense del Vermont, candidato alle primarie per la presidenza Usa e attivista di lungo corso del movimento per i diritti civili e delle lotte progressiste (il suo programma, ormai estraneo alla maggior parte della nostra sinistra: assistenza sanitaria pubblica per tutti, casa come diritto umano, supporto alle comunità omosessuali, limitazioni alle armi, riduzione delle tasse universitarie, ecc.), è il principale punto di riferimento del crescente dibattito sulla cosiddetta jobs guarantee – o Public service employment program – cioè l’idea di occupazione universale garantita dallo Stato.

La proposta del senatore Sanders, che alle ultime primarie dem ha sfiorato il sorpasso su Ilary Clinton, parte da un indiscutibile fenomeno epocale: la crescente affermazione dell’automazione tecnologica e la sua incidenza nel mondo del lavoro. Se dovessero scomparire milioni di posti di lavoro in tutto il mondo a causa della meccanizzazione (sebbene una minoranza di analisti non sia d’accordo), si renderebbe necessario affrontare radicalmente il boom della disoccupazione. Da qui la proposta di farlo attraverso un grande piano di investimenti pubblici. L’obiettivo? Un lavoro per tutti – sembrerebbe uno slogan da campagna elettorale: conquistabile soltanto attraverso “un programma che preveda il governo come datore di lavoro di ultima istanza”.

Il Piano del lavoro di Sanders e dei suoi discepoli, che sta entusiasmando tanta sinistra in tutto il mondo, fa riferimento principalmente ad uno studio elaborato da un gruppo di economisti guidati da Randall Wray del Levy economics institute of bard college (titolo: Public service employment: a path to full employment), che trae linfa sia dal New Deal di Roosvelt sia dalla teoria del “datore di lavoro di ultima istanza” di Hyman Minsky.

Lo stesso professor Randall Wray, in un articolo pubblicato su The Nation, spiega che la sua proposta funziona come una sorta di magazzino: nella fase di boom economico, i datori di lavoro assumono lavoratori fuori dal programma; nella fase di recessione la rete di sicurezza garantisce chi ha perso il posto.

Inevitabile una domanda: chi paga? Lo studio parte dai numeri dell’attuale situazione occupazionale negli Usa. Il job guarantee interesserebbe circa 15 milioni di persone che verrebbero assunte con una paga oraria di 15 dollari. Il notevole investimento (pari all’1,53 per cento del Pil, nei primi cinque anni, e all’1,13 per cento negli ultimi cinque) sarebbe ripagato dalla prevedibile crescita del Pil nazionale (di 560 miliardi di dollari l’anno, sempre secondo gli economisti del Levy institute). Inoltre si potrebbe determinare un effetto a catena sul settore privato, che porterebbe alla creazione di ulteriori 4,2 milioni di posti di lavoro con il benefico effetto di portare il salario minimo sopra la soglia dei 15 dollari orari.

I promotori sono convinti, tra le conseguenze positive, della riduzione della criminalità e di minori spese per sussidi economici, di una crescita dei livelli di salute e, in generale, di una maggiore stabilità economica e sociale.

La jobs guarantee, che di fatto segnerebbe il passaggio dall’attuale welfare assistenziale ad uno “di impiego”, applicata in Italia rischierebbe però di somigliare alla realtà dei “lavori socialmente utili”. Un’esperienza umanamente e socialmente encomiabile, ma purtroppo caratterizzata da tante distorsioni soprattutto a danno delle casse dello Stato.

Gli embrioni di questa esperienza, che include anche i “lavori di pubblica utilità”, sono rintracciabili nella legge 285 del 1977 a sostegno dell’occupazione giovanile. L’obiettivo era di formare lavoratori in grado di rivitalizzare il tessuto economico del Mezzogiorno ma, alla prova dei fatti, l’esperimento si è concluso – dopo immancabili tensioni – con l’assunzione nella pubblica amministrazione delle 60mila persone coinvolte.

Lo stesso è successo negli anni Ottanta e Novanta, quando l’iniziativa è diventata una sorta di ammortizzatore sociale per garantire un po’ di lavoro al Sud, tra assistenzialismo e clientelismo.

Di queste iniziative di pubblica utilità, limitate nel tempo, hanno beneficiato tanti ex lavoratori espulsi dal fragile tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno, stipendiati principalmente per lavori di pulizia, di piccola manutenzione, di assistenza, ecc., a vantaggio principalmente di comunità locali. Con il pacchetto Treu sono stati estesi anche ai lavoratori in mobilità ed ai disoccupati di lunga durata.

Gli Lsu, dalle poche centinaia di unità degli inizi, sono diventati un’armata. Un esercito cresciuto, a colpi di decreto, di rinnovi in rinnovi di sei mesi o un anno. Alla fine degli anni Novanta i lavoratori impegnati erano quasi trecentomila, per un costo di oltre 1.200 miliardi di lire l’anno. Metà di loro proveniva dalla cassa integrazione e dalle liste di mobilità, conseguenza per lo più del fallimento dei grandi investimenti pubblici nella chimica, nella siderurgia, nella cantieristica nel Sud.

La politica degli errori e degli sperperi ha coperto le falle, di fatto, con altri errori e sperperi. Le conseguenze le stiamo ancora pagando.

Ma c’è un altro aspetto che ci fa rimandare al mittente proposte del genere, con logica quasi analoga al reddito di cittadinanza: il lavoro è un valore individuale e sociale e non una merce. E l’uomo trova la sua realizzazione di cittadino socialmente riconosciuto non attraverso un’elemosina pubblica assistenziale, tra l’altro a danno di altri cittadini-contribuenti e con uno Stato che s’intrometterebbe e controllerebbe ancora di più la vita degli individui (estromettendo il loro diritto a fare impresa privata), ma attraverso il suo dignitoso apporto al benessere collettivo.

La strada, quindi, dovrebbe essere quella di sostegno all’istruzione (diritto allo studio), alla formazione, alle politiche attive, all’impresa, alla ricerca, adeguando la trasmissione di conoscenza all’evoluzione dei tempi.

Come si legge in un editoriale del britannico Guardian, proprio a proposito della jobs guarantee, “non si può resistere a un’idea quando il suo tempo è arrivato”. Lo ha scritto Victor Hugo. Nell’Ottocento.

(Domenico Mamone)

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