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Le crepe nel decreto dignità

Domenico MamoneLo avevamo già profeticamente anticipato una decina di giorni fa nel nostro portale Unsic, soffermandoci proprio sulla realtà del Veneto. La crescente protesta degli imprenditori contro il “decreto dignità” (pubblicato sulla Gazzetta ufficiale lo scorso 12 luglio, dieci giorni dopo la sua approvazione in Consiglio dei ministri) ha registrato un primo momento di forte visibilità con un doppio incontro promosso dai vertici di Assindustria Venetocentro tra Padova e Treviso. Oltre seicento tra imprenditori e responsabili delle risorse umane del Nordest, molti di fede leghista, hanno fortemente criticato la linea del governo gialloverde sul lavoro. Secondo i vertici dell’associazione “il rischio è di azzerare una tendenza virtuosa che solo in Veneto ha visto nel primo trimestre 2018 un saldo positivo di 53.200 nuovi posti di lavoro e la crescita dei contratti a tempo indeterminato – 29.500, più 26 per cento – specie per effetto della transizione dai contratti a termine”. Insomma, a fronte di questi numeri il decreto non solo sarebbe inutile, ma addirittura nocivo.

I datori di lavoro – in sintesi – lamentano la crescita dei propri costi sia per i contratti a tempo determinato sia per gli stessi licenziamenti. E’ assodato che il lievitare del costo del lavoro ha come conseguenza diretta il calo dell’occupazione: abbiamo visto come negli ultimi anni il taglio del cuneo fiscale, viceversa, abbia alimentato il numero delle assunzioni. L’errore, semmai, è stato proprio quello di non strutturarlo più a lungo.

Il “decreto dignità” – lo ricordiamo – contiene misure eterogenee che includono anche il condivisibile divieto alla pubblicità del gioco d’azzardo e i giusti limiti alle delocalizzazioni. Ma il nodo, per gli imprenditori, è all’articolo 1, cioè nella stretta al ricorso ai contratti a tempo determinato, la cui durata complessiva scende da 36 a 24 mesi. L’obiettivo – nobile – è di disincentivarne l’impiego e favorire la transizione verso contratti stabili. Tuttavia, nel concreto, il rischio è quello non solo di ridurre comunque i posti di lavoro, ma anche di limitare l’apprendimento delle competenze lavorative riducendo i periodi di formazione e di prova del giovane capitale umano.

Inoltre alla stretta nelle regole il decreto addiziona quella contributiva: ogni rinnovo, pure al di sotto dei dodici mesi, prevede che i contributi sociali crescano dello 0,5 per cento (provvedimento che potrebbe in parte saltare) andando a sommarsi all’1,4 per cento che dal 2012 finanzia la nuova indennità di disoccupazione, la Naspi.

Pertanto, a causa dei maggiori vincoli e costi per le imprese e, nel contempo, della minore flessibilità, la preoccupazione non proprio campata in aria è che il decreto, anziché favorire il ricorso ai contratti a tempo indeterminato in alternativa a quelli non stabili (autonomo, intermittente, cococo, esternalizzazioni, partite Iva, ecc.), finisca proprio per generare l’effetto contrario, cioè contrarre la domanda di lavoro. Altro timore, fondato, è la crescita dei contenziosi, previsione che di solito induce gli imprenditori a limitare le nuove assunzioni.

Ovviamente quando si parla di questo tema, pur con il supporto di cifre, non esistono certezze per il futuro, altrimenti il fenomeno della disoccupazione non farebbe così paura. Tuttavia, dal momento che i decreti, per essere analizzati dal Parlamento ai fini della loro conversione in legge, debbono essere corredati di valutazioni quantitative da parte del ministero dell’Economia, della Ragioneria generale dello Stato e di altri organismi pubblici per determinare le loro conseguenze sull’economia e sui conti pubblici, la stima predisposta dall’Inps e condivisa dalla Ragioneria ci fornisce qualche indicazione che reputiamo affidabile.

I contratti a tempo determinato attivati ogni anno sono circa due milioni, al netto dei lavoratori stagionali, agricoli e della pubblica amministrazione. Soltanto il quattro per cento di loro (80 mila) supera la soglia dei 24 mesi ed è quindi a rischio di non riconferma. Di questi, in base al tasso di disoccupazione italiano, il 10 per cento circa potrebbe non trovare altra occupazione: da qui il dato – tanto discusso e criticato dallo stesso ministro dell’Economia, Tria – degli ottomila soggetti che ogni anno potrebbero subire danni da questo provvedimento. Con ricadute anche sul bilancio pubblico, in quanto calerebbero le entrate contributive e ci sarebbero maggiori uscite per le indennità di disoccupazione.

Il ribollire delle critiche da parte del tessuto produttivo, che tocca soprattutto la Lega, tradizionalmente vicina agli imprenditori del Nord Italia, complicherà sicuramente l’iter del provvedimento, tra emendamenti, riunioni, lavoro delle commissioni, ritorno dei voucher, sgravi contributivi.

Di certo, a livello politico, le distanze tra Cinquestelle e Lega si stanno palesando soprattutto su questo terreno in quanto i pentastellati hanno il più sostanzioso bacino elettorale tra i disoccupati del Mezzogiorno, là dove la sinistra tenta un difficile recupero, mentre Salvini ha a cuore i piccoli imprenditori del Nord, un tempo serbatoio elettorale di Forza Italia. Il motivo del contendere è soprattutto ideologico, legato al sempreverde tema della flessibilità nel lavoro.

La regolamentazione del mercato del lavoro è da sempre un terreno spinoso. Vede contrapporsi da una parte gli alfieri della difesa tout court dei rapporti di lavoro stabili, dottrina cara a grandi pezzi della Triplice sindacale ed oggi rilanciata da Di Maio, e dall’altra i fautori della flessibilità adeguata alle rapide trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. La contrapposizione ha caratterizzato pesantemente le ultime stagioni: dopo le forti spinte alla “duttilità” attraverso il “pacchetto Treu” (1997) e la riforma Biagi (2003), c’è stata la controriforma della Fornero (2012), con molto meno tempo determinato e intermittente (ci fu l’introduzione della causale), ma con l’apertura ai voucher. L’altalena s’è accentuata negli ultimi anni con il decreto Poletti (2014), il Jobs act (2015) fino agli interventi del governo Gentiloni (2017) con la chiusura sui voucher e il rilancio del lavoro a termine, che comunque ha assicurato la crescita dell’occupazione, per quanto parallela all’espansione della precarietà.

Al di là delle incognite su quale sarà il vestito definitivo del “decreto dignità”, che scadendo l’11 settembre dovrebbe essere approvato entro ferragosto, resta la questione centrale della crescita economica per il nostro Paese, senza la quale nessuna nuova legge sul lavoro potrà fare miracoli, semmai cercherà solo di redistribuire e di variare qualitativamente l’occupazione. Sono soltanto le prospettive di una crescita stabile, per ora molto nebulose, a seminare ottimismo e a spingere le imprese ad investire e ad assumere. Per garantire tali condizioni servono soprattutto lungimiranti scelte politiche che tengano conto anche del contesto internazionale. Studiare e lavorare, insomma. Una lezione tornata d’attualità con la scomparsa di quel grande talento chiamato Sergio Marchionne.

(Domenico Mamone)

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