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Continua la fuga dei cervelli, la parola agli imprenditori

Aumentano gli italiani che si trasferiscono all’estero, come evidenzia l’Istat. Sono 816mila quelli che se ne sono andati negli ultimi dieci anni. I più hanno un livello di istruzione medio-alto.

In dieci anni sono espatriati circa 182 mila laureati e l’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne.

Si continua, insomma, a perdere le menti migliori nell’indifferenza generale. E si fa davvero poco, soprattutto al Sud, per cercare di arginare la cosiddetta “fuga dei cervelli”.

Eppure un contributo importante per la ripresa del Paese potrebbe venire proprio da loro.

Per affrontare il tema, diamo la parola ad un gruppo imprenditoriale al 100 per cento italiano, Soft Strategy Group, specializzato nel settore management consulting e dei servizi legati alla trasformazione tecnologica dei processi produttivi. Opera in diversi settori, quali Telecomunicazioni, Energia, Trasporti e Pubblica amministrazione, per cui ha un quadro estremamente ampio e chiaro delle condizioni occupazionali. Il gruppo ha oltre 250 dipendenti e sette sedi in Italia (Roma, Milano, Bologna, Genova, Firenze, Matera e Rende).

“I nostri giovani sono le risorse migliori su cui l’Italia può puntare non solo per crescere, ma per diventare il principale competitor su scala mondiale – spiega Antonio Marchese, vicepresidente esecutivo di Soft Strategy. “Il nostro esempio lo dimostra: puntiamo sui talenti migliori per galoppare l’epoca dell’industria 4.0 e della digitalizzazione dei processi anche in ambito pubblico. E’ anche grazie ai giovani che il nostro gruppo in tre anni è passato da 14 a 25 milioni di fatturato. E se aumenta il fatturato, cresce la possibilità di investire. E l’economia riparte. Crediamo molto nelle competenze presenti nel Mezzogiorno ed è per questo che nel 2019 abbiamo deciso di investire con la creazione di una nuova realtà a Palermo, Soft Strategy Local Government, focalizzata sulla pubblica amministrazione locale”.

Il problema è che mentre le menti migliori lasciano il Paese, continua a crescere il mismatch, ovvero il gap tra la domanda delle aziende che devono assumere e il livello di competenze che i giovani offrono. Se i giovani spariscono, alle aziende più dinamiche si presenta il problema del reperimento delle migliori professionalità.

Interessanti, a questo proposito, i dati dell’ultimo Rapporto Excelsior di Unioncamere “La domanda di professioni e di formazione delle imprese italiane nel 2018”. Una delle informazioni più preziose è proprio la valutazione operata dalle imprese sul difficile reperimento delle figure professionali. Dall’analisi delle prime trenta professioni, emerge come nella filiera dell’elettronica e informatica si concentri una significativa richiesta di figure non facilmente reperibili sul mercato (analisti e progettisti di software, esperti di apparecchiature, ingegneri elettrotecnici).

“Al mercato del lavoro al momento mancano i profili giusti – continuano dall’azienda. “Gli studenti che intraprendono percorsi di studi che hanno un’evoluzione in linea con i sistemi informatici sono pochi, per questo si fa fatica a reperire risorse. All’interno dei nostri percorsi di formazione aziendale creiamo dei veri e propri vivai, incentivando master di formazione attraverso i quali riusciamo a collocare in azienda i profili in base alle professionalità di ognuno”.

E’ in atto un cambiamento strutturale della struttura stessa della produzione e in particolare del rapporto tra impiego dei fattori di produzione (capitale e lavoro) e output.  La digitalizzazione dei processi e il progresso tecnologico sono legati all’applicazione della rivoluzione digitale al settore produttivo. Non si tratta solo delle tecnologie relative alla cosiddetta industria 4.0 e all’impiego di robot in sostituzione del lavoro manuale, ma riguarda anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle implicazioni che ha per il mondo dei servizi, coinvolgendo professioni che sino a pochi anni fa sembravano immuni dalla minaccia tecnologica.

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