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Roma, Metro C, l’occasione mancata

SanGiovanni_UnsicSabato 1 aprile, una giornata non proprio ideale per un evento ufficiale, la fermata San Giovanni della metro C di Roma è stata aperta alla cittadinanza per qualche ora. Dovrebbe diventare finalmente operativa, con sei anni di ritardo, nel prossimo autunno. Si tratta dell’ennesimo tassello di un tribolato percorso per dotare Roma di una delle poche nuove infrastrutture degli ultimi anni.

La linea C della metropolitana della Capitale, progettata negli anni Novanta all’epoca del sindaco Carraro (sarebbe dovuta essere inaugurata per il Giubileo del 2000) e in costruzione da ormai dieci anni, con funeste ripercussioni sul commercio, sulla sicurezza, sull’arredamento urbano (quanti alberi sacrificati!) e sulla qualità della vita nei quartieri interessati dal cantiere, avrebbe dovuto attraversare la metropoli dalla popolosa periferia est della città, estendendosi oltre il Grande Raccordo Anulare, fino all’area nord-ovest (quartiere Della Vittoria), passando per il centro storico e quindi collegandosi alle altre due linee.

Originariamente era prevista una lunghezza di oltre 25 chilometri con 30 stazioni. Ad oggi le stazioni sono 21, cioè nove in meno del previsto. I chilometri 18, sette in meno.

Tutta la parte nord-ovest di Roma, ma probabilmente anche il centro, ne rimarrà fuori. Per far partire le prima tratta di 15 stazioni sono stati necessari ben sette anni di lavori, un altro anno per sei stazioni (da Mirti a Lodi). Per la sola stazione di San Giovanni sono serviti, appunto, dieci anni, con sei anni di ritardo rispetto alle previsioni. Impietosi i paragoni con altre metropolitane europee.

Per la vox populi i ritardi sono dovuti al fatto che a Roma, ogni volta che si scava, dal sottosuolo fuoriescono le testimonianze del glorioso passato. E si blocca tutto. In realtà l’enorme peso della burocrazia, le immancabili diatribe tra le parti (nel caso della metro C con rimodulazione del contratto), le 45 varianti, ma anche esposti e istruttorie su procedure non proprio ortodosse determinano tempi “all’italiana”. Così, ad esempio, per aggiungere al percorso altre due stazioni su cui si lavora da tempo, “Amba Aradam-Ipponio” e “Colosseo”, s’è fissata la data ufficiale del 2023. Ma è tutto ancora imprevedibile, anche sul fronte dei finanziamenti per il completamento dell’opera. Perché di soldi finora ne sono stati spesi tantissimi.

Non è ancora chiaro il costo finale di questa infrastruttura incompiuta per le tasche degli italiani: sul sito di Roma Metropolitane si parla di tre miliardi e 739 milioni di euro (previsti), in attesa quindi dei rendiconti definitivi. Tutti soldi pubblici: 70 per cento da parte dello Stato, il resto dagli enti locali.

Il primo aprile, con la stazione di San Giovanni aperta, tanti cittadini hanno potuto ammirare gli straordinari reperti romani emersi nel corso degli scavi. Sono ora ordinatamente esposti nelle numerose vetrine che arricchiscono la stazione. Riusciranno, però, a controbilanciare la realtà meno esaltante, cioè quella dei numerosi interrogativi sul perché in Italia occorrano così tanti anni per fare una grande opera, tra polemiche, sperperi ed interessamenti da parte dei sindacati e soprattutto dell’Anac, l’Autorità anticorruzione, che meno di un anno fa ha scoperto che Metro C ha duplicato le spese per la sicurezza, un sistema di conteggio che Cantone ha ritenuto “ingiustificato”?

Per chi volesse approfondire questi aspetti, c’è un bel libro di 144 pagine scritto dal giornalista napoletano Enrico Nocera. S’intitola “Metro C: Roma, capitale degli sprechi”, un’inchiesta edita da Round Robin che racconta nel dettaglio la storia del più grande cantiere d’Italia, dei costi lievitati dagli iniziali due miliardi e 600 milioni circa agli oltre tre miliardi e 700 milioni, appunto. Ma anche dell’intreccio tra politica e imprenditoria.

Tralasciando il tema – dalle risposte abbastanza scontate – sul perché non si sia rinnovata la vecchia ma strategica linea tranviaria che dal quartiere Giardinetti arriva al centro di Roma toccando più o meno gli stessi quartieri della metro C, risparmiando quindi un bel mucchio di soldi investiti in quest’opera incompiuta, resta un altro argomento centrale: gli invasivi cantieri della metro C hanno rappresentato “un’occasione sprecata” in quanto avrebbero potuto riqualificare i quartieri periferici e semicentrali toccati dall’opera. Emblematico quanto successo a San Giovanni: nonostante i comitati di zona abbiano presentato diversi progetti per rilanciare la sostenibilità in una zona fortemente degradata dal traffico e dallo smog, i progettisti si sono limitati a ripristinare la condizione precedente all’opera, ma con un arredo urbano certamente meno a misura d’uomo (orribili sfiatatoi della metro lungo via La Spezia e largo Brindisi al posto dei pini secolari annientati dai cantieri). E la Roma contemporanea, purtroppo, continua a far parlare di sé quasi sempre in negativo.

(Gi.Ca.)

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