
Mentre il Pakistan nelle ultime ore ha attaccato pesantemente l’Afganistan soprattutto per questioni irrisolte quali gli sconfinamenti e le migrazioni (i talebani morti per i bombardamenti a Kabul sarebbero già centinaia), Israele e Stati Uniti hanno dato il via all’operazione “Ruggito del leone” contro l’Iran, ufficialmente per combattere il programma nucleare iraniano e ridimensionarne il reparto missilistico che già dispone di strumenti capaci di colpire in un raggio di 1.800 chilometri. A ciò si aggiunge il tentativo di favorire il cambio ai vertici del Paese dopo quasi mezzo secolo di guida islamica. Il presidente statunitense Donald Trump, in un video pubblicato su Truth, ha sottolineato che intende “difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano”.
Soltanto la scorsa estate, a giugno, gli israeliani avevano lanciato un attacco a sorpresa contro Teheran, estesosi in un’operazione militare di dodici giorni contro installazioni militari, sedi governative e siti nucleari. Ma se in quella occasione gli interventi con bombe di profondità si erano concentrati soprattutto sui siti nucleari di Fordo, Isfahan e Natanz, ora l’intervento – con il coinvolgimento diretto degli Usa – sta interessando principalmente le città (Teheran, Karaj, Kermanshahe, Qom) e i civili. Con conseguenze imprevedibili, visti anche i delicati equilibri in Medio Oriente. Infatti la reazione iraniana non si è fatta attendere, con attacchi in Bahrein e negli Emirati Arabi. Ovviamente le notizie sono in continuo aggiornamento.
Al di là delle ragioni o meno di un’operazione preventiva condotta da israeliani e statunitensi, l’attacco all’Iran costituisce l’ennesimo “atto di forza” in un mondo sempre più preda di pericolose logiche muscolari che efficacemente Papa Francesco ha definito “guerra mondiale a pezzi”. Uno scenario che conferma anche l’inerzia delle diplomazie, il fallimento del potere negoziale e l’emarginazione degli organismi di mediazione internazionale. Si conferma una rivoluzione epocale nella geopolitica.
Sono infatti passate appena poche settimane dalla vicenda venezuelana, che ha confermato come le intimidazioni, i dazi e la forza delle armi siano gli strumenti “di moda” del nuovo corso occidentale alle latitudini statunitensi. E mentre sulla Groenlandia continua a pesare una spada di Damocle che investe anche la Danimarca e l’Europa intera, a Cuba, strozzata dall’embargo statunitense, una drammatica crisi economica rischia di avere conseguenze anche politiche. Insomma, le preoccupazioni non si limitano più soltanto all’amaramente “classico” Medio Oriente.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
