
In questo complicato periodo segnato dall’aumento dei prezzi del petrolio a causa del conflitto in Medio Oriente, il governo a marzo – com’è noto – è intervenuto con un decreto-legge che ha permesso una riduzione temporanea di 20 giorni (fino al 7 aprile) delle accise sui carburanti (benzina e diesel), cioè delle imposte fisse che normalmente pesano per il 55% sul prezzo, ora sul 44%. La scadenza degli “sconti” è stata poi prorogata fino al primo maggio. L’Italia resta la nazione dell’Unione europea con le accise più alte sul diesel e il secondo per quelle sulla benzina (dopo i Paesi Bassi).
L’intervento ha richiesto oltre un miliardo di euro, recuperato in gran parte con tre operazioni: la riduzione per circa 500 milioni dei fondi destinati ai ministeri (127,5 milioni dal ministero dell’Economia, 96,5 dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, 86 dal ministero della Salute, ecc.); l’utilizzo dell’Iva generata dall’aumento dei prezzi dei carburanti (200 milioni); i proventi delle aste ETS, il sistema comunitario che impone alle aziende più inquinanti di pagare per le loro emissioni di anidride carbonica (300 milioni). Così il prezzo della benzina si mantiene intorno a 1,75 euro; senza l’intervento governativo sarebbe intorno ai due euro.
Si tratta, ovviamente, di misure benefiche per cittadini e imprese, in particolare per sostenere i consumi e l’economia in genere. L’Unsic le ha sempre sostenute. Ma, di certo, le costose proroghe non potranno durare a lungo. E i problemi sono dietro l’angolo.
Uno dei settori economici che rischia maggiormente è quello del turismo. La possibile carenza di carburanti per gli aerei costituisce un allarme immediato in quanto molti italiani stanno evitando di prenotare sin da ora le vacanze estive. Inoltre i rincari dei biglietti rappresentano l’esito di questa situazione. Tutto ciò comporterebbe quelle conseguenze a pioggia che abbiamo registrato durante la pandemia. Come riporta Il Post, i 27 Paesi dell’Unione europea importano dai Paesi del Golfo ben il 43% del proprio fabbisogno di jet fuel, con l’Italia tra i Paesi più dipendenti. Tanto che c’è chi propone l’aumento della produzione italiana di jet fuel, in particolare negli stabilimenti di Sicilia, Sardegna e Puglia, ma non è così facile.
Un altro settore economico che rischia forti ripercussioni negative per l’aumento dei prezzi del gasolio è l’agricoltura. Il costo dei carburanti per i macchinari incide per circa il 20% sul bilancio degli agricoltori, tanto che il governo nell’ultimo decreto sui carburanti ha introdotto per gli agricoltori un credito di imposta per gli acquisti di carburante. Ma non basta. L’uso del gasolio per i macchinari agricoli è quotidiano, per cui ogni lievitazione di costi finisce inevitabilmente nei ritocchi dei prezzi dei generi sugli scaffali. Ma il gasolio incide anche sui trasporti, per cui la spinta agli aumenti è almeno duplice, non considerando un terzo elemento, il riscaldamento, grazie alla fine della brutta stagione.
Altri settori economici manifestano preoccupazione. L’autotrasporto utilizza prevalentemente gasolio e in Italia il 90% delle merci viaggia su strada, a differenza di tanti altri Paesi europei dove c’è un maggior uso delle ferrovie. Anche qui il governo italiano ha introdotto un credito d’imposta per gli autotrasportatori, che beneficiano anche della riduzione delle accise sui carburanti di 25 centesimi al litro. Ma, in questo periodo, tutto ciò non è sufficiente.
Ancora, ci sono il settore delle costruzioni e quello industriale, dove gasolio ed elettricità incidono notevolmente sulle lavorazioni e sulla produzione a causa dell’uso rilevante dei macchinari.
Non mancano, in questi giorni, gli allarmi lanciati dalle principali istituzioni internazionali. Ad esempio quello del direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, che evidenzia come il conflitto in Iran è “la più grande minaccia globale alla sicurezza energetica della storia”, problema che “i mercati stanno sottovalutando”. Anche il commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, ha espresso preoccupazione tramite il Financial Times, non escludendo il razionamento dei consumi in Europa a causa di una crisi energetica probabilmente di lunga durata.
Ed in effetti in Italia si cominciano a snocciolare diverse misure soprattutto in ambito aziendale, in testa il redivivo smart working. In Asia, dove l’impatto dei problemi generati dal Golfo Persico è ancora maggiore, molte misure sono già in essere, ad esempio in Bangladesh, Filippine, Pakistan, Sri Lanka, con dipendenti pubblici che lavorano di più da casa, scuole maggiormente chiuse, carburanti razionati, distacchi programmati di elettricità. In Europa ci sono proposte per il disincentivo delle auto provate e per la riduzione dei limiti di velocità in autostrada.
Come uscire da una situazione che rischia di farci ripiombare negli anni Settanta, con la celebre austerity? La speranza non può che essere riposta nei negoziati, che dovrebbero portare a una soluzione definitiva per l’origine del problema, cioè la situazione bellica ormai complessiva nel Medio Oriente, tra i bombardamenti di Israele e Stati Uniti e la risposta dell’Iran che investe anche le raffinerie di gran parte dei Paesi del Golfo e soprattutto la chiusura dello stretto di Hormuz.
La speranza, in realtà, è a molti chilometri di distanza dallo scenario di guerra. Negli Stati Uniti il presidente Trump, che si appresta alle elezioni di medio termine a novembre, registra un forte calo nei sondaggi proprio a causa delle conseguenze del conflitto in Medio Oriente. Non solo perché gran parte degli americani non comprende il motivo della guerra, ma perché tra la popolazione statunitense le difficoltà economiche sono crescenti a causa principalmente dei rincari dei prezzi della benzina (a marzo è andato su del 21,2%, il più grande rialzo di sempre), ma anche dei generi alimentari. L’inflazione è salita al 3,3%. Indicativi i risultati di un sondaggio del Pew Research Center: quasi il 70% della popolazione statunitense sarebbe preoccupata per l’enorme aumento dei prezzi che si rischia con la guerra in Iran voluta da Trump.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
