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Bilanci e anticipazioni sui fondi europei

Per i fondi europei, strumenti strategici per sostenere la crescita economica e sociale dei nostri territori, è ormai prossimo il giro di boa. Avvicinandosi la chiusura del ciclo di programmazione comunitario 2021-2027, stanno partendo le rituali discussioni sia sul rendiconto di quanto utilizzato e non utilizzato nel nostro Paese, con i soliti ritardi nel Mezzogiorno, sia sulla nuova architettura dei Fondi strutturali per il prossimo ciclo, il 2028/2034, che metterà sul piatto per l’Italia circa 86,6 miliardi di euro.

Come noto, l’Unione europea assegna specifiche risorse finanziarie in un arco temporale di sette anni, fondi a cui si aggiungono quelli nazionali.

Per l’Italia l’ammontare dell’attuale ciclo di programmazione 2021-2027 è di circa 43,1 miliardi di risorse comunitarie, quasi tutte (42,7 miliardi) destinate a promuovere la politica di coesione economica, sociale e territoriale. Circa 30 miliardi di euro sono destinati alle regioni meno sviluppate, cioè Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. Aggiungendo i fondi nazionali, si arriva a oltre 75 miliardi di euro complessivi.

Un primo tema al tappeto, che si ripete ciclicamente, è quello del basso indice di sfruttamento dei finanziamenti europei da parte del nostro Paese, principalmente per i soliti nodi burocratici che generano ritardi amministrativi. A ciò si aggiunge il problema della qualità della spesa: i fondi non sempre riescono a determinare reale sviluppo duraturo, vanificando anche il lavoro di europrogettazione e di programmazione.

Il bilancio precedente, quello del ciclo 2014-2020, aveva messo in evidenza proprio le maggiori difficoltà d’attuazione nel Mezzogiorno, uno squilibrio accentuato dall’entità dei fondi che per quattro quinti dovrebbero finire al Sud. Cioè le regioni maggiormente virtuose nella gestione dei fondi strutturali – come Emilia-Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana – sono quelle che ne gestiscono meno, per cui le perdite percentuali nel Sud – con un tasso di pagamenti effettivi al 67,96 per cento delle risorse disponibili – sono ovviamente le più gravi.

Per fare un bilancio dell’attuale programmazione occorrerà comprensibilmente attendere ancora almeno un paio d’anni. Tuttavia gli ultimi dati di monitoraggio indicano ritardi sia nella spesa certificata sia nei fondi impegnati. Qualche analista imputa la lentezza alla contemporanea gestione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), con scadenza agosto 2026, che avrebbe generato un sovraccarico amministrativo.

L’altro importante aspetto del tema è l’architettura dei fondi, che in modo semplicistico si può sintetizzare nel braccio di ferro tra i fautori della maggiore centralizzazione nella gestione delle risorse per evitare la loro parcellizzazione rispetto a coloro che spingono per più decentralizzazione, con più prossimità e velocità, almeno sulla carta. In sostanza: più Stato o più Regioni?

I dati farebbero pendere la bilancia gestionale più sullo Stato, visto il fallimento operativo di molte Regioni. A fine 2025 il Mezzogiorno ha speso soltanto il 10,9 per cento e impegnato il 23,2 per cento dei fondi assegnati. Alta, quindi, la preoccupazione. Non a caso la nuova programmazione potrebbe ridurre i tanti programmi – Fesr, Fondo sociale, Pac, ecc.) – in un unico Piano plurifondo e rilancerebbe il ruolo degli Stati nazionali, unici interlocutori con la Commissione. Ma in seno al parlamento europeo la battaglia tra le differenti posizioni è appena cominciata.

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