
Uno dei dati più problematici dell’economia italiana è quello relativo alla produzione industriale. Sono tre anni che le percentuali flettono: anche il 2025 ha chiuso in negativo, meno 0,2 per cento. La sofferenza maggiore s’è registrata nel comparto tessile, con meno 5,5 per cento.
È un vulnus importante in quanto la produzione italiana continua ad essere tra le più rilevanti in Europa: per incidenza sul Pil siamo secondi soltanto alla Germania. Con la manifattura che resta il settore più importante, rappresentando l’88 per cento della produzione totale nazionale.
Purtroppo le politiche industriali in Italia sono praticamente assenti da diversi decenni. Sono mancate riforme coraggiose e profonde per restituire centralità a una vera politica industriale sia nazionale sia comunitaria, nella sfida soprattutto con i Paesi cosiddetti emergenti (che emergenti, di fatto, non lo sono più). E ne risentiamo non solo con la diffusa deindustrializzazione in atto da tanto tempo, ma anche con le acquisizioni di molti brand da parte di investitori stranieri, con headquarter sempre più lontani.
Ad onor del vero, se proprio vogliamo individuare qualche segnale in controtendenza, qualcosa ha fatto Carlo Calenda da ministro dello Sviluppo economico quando, tra il 2016 e il 2018, ha introdotto alcuni strumenti come il Piano Industria 4.0. Quella serie di misure organiche e complementari ha favorito alcuni investimenti destinati all’innovazione e alla competitività, benché sul bilancio di quell’operazione non manca qualche detrattore. Si possono poi ricordare, per sommi capi, l’iper e il super ammortamento, la Sabatini, il credito d’imposta, i fondi di garanzia, il supporto alle start-up. Tuttavia ogni intervento pubblico è stato flebile, frammentario, spesso frenato anche da un pregiudizio ideologico basato sia sulla diffidenza per gli effetti negativi sulla concorrenza sia sull’attempata esperienza dei cosiddetti “carrozzoni di Stato” degli anni Settanta. Non dimentichiamoci le considerevoli politiche di privatizzazioni di imprese pubbliche realizzate in particolare alla fine degli anni Novanta, con la regia anche di governi di centrosinistra.
L’Europa, tra l’altro, nell’ottica del mercato aperto e per evitare distorsioni è estremamente rigida verso interventi di supporto alle aziende nazionali e non mancano “siluramenti” di ciò che viene letto come “aiuti di Stato”.
Certo, lo stravolgimento dei contesti internazionali fa la sua parte. Un mondo sempre più globalizzato impone sfide che non ci vedono sempre all’altezza a causa di un tessuto produttivo estremamente frammentato in tantissime piccole e medie aziende. La necessità di fare sistema è pertanto prioritaria. Ma sono in atto transizioni epocali che ci vedono indubbiamente spiazzati: si pensi a quella demografica, con numeri preoccupanti da decenni per l’Italia e per l’intera Europa (49 anni l’età media in Italia, 47 in Europa contro 19 in Africa e 31 in Asia) o alla rivoluzione digitale che impone il ricorso all’innovazione in un Paese sempre più anziano. O ancora all’esigenza green, rilanciata dai problemi energetici di questi mesi: ha senso tornare a parlare di carbone mentre l’evoluzione delle tecnologie ci offre rinnovabili sempre più performanti? Ci sono poi le vicende geopolitiche, tra guerre e dazi, che appesantiscono ulteriormente il quadro.
La necessità di un’attenzione verso il settore industriale e aziendale in genere, che costituiscono la guida dell’intero processo di trasformazione dell’economia, è quindi improrogabile in quanto è sempre più fondamentale il recupero del gap di produttività con Usa e Cina, soprattutto nell’ambito della transizione verde e digitale. I governi, con la regia comunitaria, debbono sostenere, indirizzare, controllare e quindi accrescere il tessuto produttivo, mirando a rafforzarne l’aggiornamento, la coesione, l’innovazione, la qualità, la ricerca e lo sviluppo, la competitività. E ciò deve essere fatto soprattutto in forma organica, cioè rinunciando a quei tanti interventi estemporanei che finiscono per risultare vani, se non controproducenti.
Occorre, poi, rilanciare la coprogettazione tra pubblico e privato, anche adeguando le infrastrutture, e quella tra Stati europei in un’ottica di risorse e investimenti comuni; nel contempo bisogna supportare la crescita degli investimenti in innovazione, stimolando quindi la formazione e la produttività.
Insomma, è necessaria una politica industriale più efficace per affrontare la concorrenza internazionale che è sempre più aggressiva.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
