
Le medie imprese industriali italiane confermano aspettative di crescita per il 2026, con fatturato ed esportazioni in aumento. A pesare Sulle prospettive pesano però l’incertezza geopolitica, i costi di approvvigionamento e la crescente difficoltà nel reperire personale qualificato. Secondo il 25esimo Rapporto sulle medie imprese industriali italiane e il report “Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica”, realizzati dall’Area Studi Mediobanca insieme al Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere e presentati a Siena, nel 2026 le Mid-Cap prevedono una crescita del 2,5% del fatturato e del 2,7% delle esportazioni. Oltre 7 imprese su 10 ritiene che l’attuale aumento dell’incertezza globale possa tradursi in ricavi inferiori nei prossimi dodici mesi rispetto a uno scenario internazionale più stabile.
Le medie imprese generano il 16% del fatturato dell’industria manifatturiera italiana, il 15% del valore aggiunto, il 13% delle esportazioni e una quota analoga dell’occupazione complessiva. I numeri mostrano una crescita strutturale nel lungo periodo. Negli ultimi ventinove anni il comparto è passato da 3.377 a 3.491 aziende, registrando un incremento del 178,3% del giro d’affari, del 290,7% delle vendite estere e del 47,2% dell’occupazione.
Il 73,9% delle imprese segnala che il contesto internazionale ha accresciuto l’incertezza sulle prospettive di business. Tra i fattori di maggiore preoccupazione emergono la volatilità dei costi energetici e delle materie prime, indicata dal 54,5% delle aziende, e le tensioni geopolitiche internazionali, citate dal 53,8%.
La risposta delle imprese punta soprattutto sulla capacità di adattamento. Tra il 2026 e il 2028 il 41% delle Mid-Cap ha in programma di investire in tecnologie Net-Zero. Il 65,8% individua nella flessibilità e nella personalizzazione dell’offerta la principale leva competitiva. A sostenere il posizionamento sul mercato sono soprattutto elementi immateriali: notorietà e reputazione del marchio (53,4%), qualità dei prodotti e capacità di mantenere prezzi premium (46%), competenze del personale (42,4%) e know-how tecnologico (34,7%).
Negli ultimi due anni il 66,2% delle medie imprese è riuscito a preservare margini e redditività. Parallelamente, il 41,5% ha rafforzato il proprio brand e il 38,1% ha ampliato l’offerta di prodotti e servizi.
Tra il 2015 e il 2024 queste aziende hanno generato mediamente 7.800 euro di valore per addetto, mostrando stabilità e resilienza che deriva da modelli organizzativi meno esposti alle oscillazioni cicliche e più capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti del mercato.
L’internazionalizzazione rimane uno dei punti di forza delle Mid-Cap italiane. L’85% delle imprese opera contemporaneamente come importatore ed esportatore, occupando una posizione rilevante nelle catene globali del valore. Questa apertura internazionale comporta però una maggiore esposizione ai rischi globali. Nei prossimi sei mesi, 6 imprese su 10 prevedono un aumento dei costi di approvvigionamento. Per questo il 18,9% intende aumentare le scorte e il 12,6% sta valutando una riorganizzazione delle catene di fornitura.
Particolare attenzione viene riservata al mercato statunitense. Il 55% delle medie imprese esporta negli Stati Uniti e, di fronte a dazi o restrizioni commerciali, la strategia prevalente resta quella di mantenere invariati i prezzi. Il 44,4% prevede di farlo senza modificare i volumi di vendita, mentre il 30,9% accetta la possibilità di una riduzione delle quantità esportate.
Otto medie imprese su dieci acquistano direttamente materie prime considerate strategiche. Di queste, circa il 40% ha già incontrato problemi di approvvigionamento o teme di doverli affrontare nel prossimo futuro. Il 96% delle aziende ritiene che le tensioni sulle forniture avranno effetti concreti sull’attività produttiva. Le conseguenze più attese riguardano l’aumento dei prezzi finali dei prodotti (67,1%), i ritardi nelle consegne (57,5%) e la riduzione dei margini di profitto (46,6%).
Tra il 2015 e il 2024 l’occupazione nelle medie imprese è cresciuta del 23,7%, superando i 523 mila addetti. Quasi il 90% delle aziende segnala difficoltà nel reperire lavoratori. Le figure più richieste sono quelle tecniche e specialistiche, indicate dal 67,2% delle imprese, seguite dalle mansioni operative (50,6%). Per far fronte alla carenza di candidati, il 77% delle aziende ricorre a lavoratori stranieri. La ragione principale, secondo le imprese, è la minore disponibilità della forza lavoro italiana ad accettare mansioni considerate dequalificanti. Per attrarre giovani talenti, le imprese puntano soprattutto su welfare aziendale e benefit (51,9%), percorsi di formazione (48,1%) e incentivi economici (41,6%).
L’innovazione resta una priorità strategica. Tra il 2026 e il 2028 il 76,3% delle medie imprese investirà in innovazione incrementale, migliorando prodotti, servizi e processi già esistenti. Parallelamente cresce l’interesse verso le tecnologie Deep-Tech. Il 34,9% delle aziende prevede investimenti in intelligenza artificiale, robotica, cloud e altre tecnologie avanzate nel prossimo triennio, contro il 28,2% che aveva già investito tra il 2023 e il 2025.
La proprietà delle medie imprese italiane continua a essere fortemente concentrata. Nel 65% dei casi il controllo è nelle mani di una singola famiglia o persona fisica. Oltre la metà delle aziende (53%) è guidata dalla seconda generazione, mentre il 28% resta ancora sotto la guida del fondatore. La governance rimane spesso poco formalizzata: più del 40% delle imprese non utilizza strumenti specifici per regolare i rapporti tra famiglia e azienda. Inoltre, oltre l’80% dei passaggi generazionali continua a essere gestito all’interno del nucleo familiare.
I consigli di amministrazione restano caratterizzati da dimensioni contenute e da un’età media elevata, pari a 60 anni. Le donne occupano il 21% delle cariche, mentre gli amministratori stranieri rappresentano appena il 3,3%.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
