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Quanto inciderà il Pnrr nella trasformazione di territori, imprese e servizi?

Lo scorso 30 giugno per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è stata una data importante perché ha segnato la conclusione del cronoprogramma riguardante il completamento delle scadenze, cioè il termine generale, ma con una flessibilità al 31 agosto per casi circoscritti. In sostanza è agli sgoccioli finali l’iniezione di risorse – gran parte a debito – per rilanciare l’economia italiana dopo la pandemia, per trasformare tanti progetti in risultati concreti a beneficio della collettività. Molteplici fondi che, tra l’altro, hanno sostenuto il flebile Pil italiano negli ultimi anni, in particolare quello del Mezzogiorno dove è finita una quota rilevante di risorse.

Il nostro Paese ha avuto a disposizione 194 miliardi complessivi per modernizzarsi sui fronti della digitalizzazione della pubblica amministrazione e delle imprese, della transizione ecologica (energie rinnovabili, economia circolare, tutela dell’ambiente), della mobilità sostenibile (ad esempio, attraverso l’acquisto di mezzi pubblici o l’innovazione nella rete ferroviaria), dell’istruzione e della ricerca (nuove scuole e asili), dell’inclusione sociale e della salute, la cui realizzazione più visibile sono le circa 800 Case di comunità già inaugurate e disseminate nei territori, che dovrebbero diventare 1.038 a breve.

La vera sfida, ora, è la gestione di quanto realizzato in un’ottica di competitività strutturale: cioè la sua continuità. Occorrerà, in sostanza, rendere questi investimenti realmente produttivi per tutti e a lungo, metterli a regime e a sistema, renderli capaci di generare sviluppo duraturo attraverso competenze aggiornate e procedure più snelle, migliorare la qualità complessiva dei servizi pubblici.

Sul fronte delle imprese, le ricette per rafforzarle sono note: gli incentivi da soli non bastano, occorre il costante aggiornamento strutturale e della cultura aziendale fatto di innovazione, formazione e sostenibilità.

L’apparato infrastrutturale, che è il principale presupposto per lo sviluppo dei territori mediante il loro tessuto produttivo, purtroppo rappresenta un vulnus atavico in alcune zone del nostro Paese. Con il Pnrr ha avuto la sua opportunità di crescita; ma ora c’è la necessità del costante ammodernamento, di renderlo produttivo nel tempo, perché probabilmente il passo compiuto con il Pnrr non sarà sufficiente. Servono quindi riforme adeguate per accompagnare la crescita e per collegare gli investimenti ad una gestione oculata e dinamica.

Come Unsic, organizzazione particolarmente radicata nei territori, riteniamo che una delle principali funzioni del Pnrr sia proprio quella di ridurre i divari tra le realtà sociali del Paese, che poi si riflettono anche sulle opportunità di intraprendere. Se funzionano le infrastrutture fisiche, amministrative e sociali, se c’è ricchezza di servizi, è più facile operare come imprenditori per il bene di tutta la collettività. È un tema particolarmente valido per il nostro Mezzogiorno, principalmente per le aree interne e per le zone montane, perché i cantieri, pur favorendo il lavoro, da soli non bastano se non producono risultati concreti sull’intera comunità.

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