
In Italia rallenta l’inflazione ma, in controtendenza, i prezzi del vino continuano a registrare un calo. A giugno l’indice generale dei prezzi al consumo è sceso al 3%, dal 3,2% registrato a maggio. Nello stesso periodo, però, il sottoindice vinicolo ha segnato un calo dello 0,4% rispetto al mese precedente e del 2,9% su base annua. Sono numeri che confermano una fase di debolezza del comparto in uno scenario economico ancora esposto alle tensioni geopolitiche, alle oscillazioni dell’energia e al possibile aumento dei costi delle materie prime.
È il quadro che emerge dall’analisi pubblicata da Il Corriere vinicolo, organo d’informazione dell’Uiv, basata sui dati definitivi dell’Istat, che mette a confronto il vino con le altre tipologie di bevande. L’analisi evidenzia che il calo dei prezzi non interessa allo stesso modo tutte le bevande alcoliche. Se a giugno il comparto nel suo complesso ha registrato una flessione tendenziale del 2,1%, i superalcolici hanno contenuto la discesa allo 0,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, mentre la birra ha perso l’1%. Il vino, invece, evidenzia una contrazione molto più accentuata con quasi tre punti percentuali in più rispetto agli spirits e circa due rispetto alla birra.
Questi numeri suggeriscono che “non sembra trattarsi di un generico effetto beverage”. La lettura proposta è che la debolezza del settore vitivinicolo deriva da cause specifiche e non può essere spiegata soltanto con il rallentamento dei consumi di bevande alcoliche. Questo segmento continua infatti a muoversi in territorio inflattivo, con un incremento dell’1,3%, sostenuto anche dall’ondata di calore che ha favorito le acque minerali e parte del segmento dei succhi.
Un andamento ben diverso da quello del vino, che mostra segnali di debolezza lungo tutta la filiera. Le difficoltà emergono già nella fase produttiva. I prezzi all’origine risultano in diminuzione, soprattutto per i vini collocati alla base della piramide qualitativa, con cali a doppia cifra su base annua per tutte le principali tipologie cromatiche.
La contemporanea riduzione dei prezzi alla produzione e di quelli al dettaglio non indica necessariamente un passaggio diretto delle variazioni da un livello all’altro della filiera. Rappresenta però un segnale chiaro dell’intensificarsi della competizione tra i diversi operatori del mercato. A subire maggiormente questa pressione sono le etichette di fascia media, strette tra una domanda ancora prudente e la forte concorrenza di prezzo alimentata dalle promozioni della Grande distribuzione.
Per il vino esiste inoltre un limite che altri comparti alimentari non hanno. Il ricorso alla cosiddetta shrinkflation (o sgrammatura, è la strategia commerciale che consiste nel ridurre le dimensioni, la quantità o la qualità dei prodotti in vendita, mantenendo stabile il loro prezzo) offre infatti margini molto ridotti: la bottiglia da 0,75 litri è uno standard consolidato e qualsiasi modifica del formato sarebbe immediatamente evidente agli occhi dei consumatori. Questo restringe ulteriormente gli strumenti a disposizione delle aziende per assorbire l’aumento dei costi senza intervenire direttamente sui prezzi.
Le imprese del settore continuano a stimare per i prossimi mesi un’inflazione compresa tra il 2,5% e il 2,8% e segnalano nuove pressioni sui costi degli input produttivi. Allo stesso tempo, una domanda ancora debole e livelli di scorte elevati in diversi comparti potrebbero rendere difficile trasferire questi aumenti sui listini. “La debolezza della domanda finale e l’eccesso di scorte presente in diversi comparti – conclude Il Corriere vinicolo – potrebbero però limitare il trasferimento degli aumenti sui listini, mantenendo elevata la pressione sui margini”.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori

