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L’immigrazione come arma di ricatto

Ci sono diversi aspetti della crisi di Ceuta che sono passati in secondo piano rispetto ai timori “securitari” per una “invasione” che avrebbe potuto estendersi a macchia d’olio.

Una prima questione riguarda l’uso ormai “istituzionalizzato” dei confini e dell’immigrazione come armi di contrattazione, strumenti di pressione diplomatica e, a volte, di “ricatto” a fronte della “prevenzione del fenomeno”, specie da parte di Paesi che si trovano sulla sponda del Mediterraneo opposta a quella europea.

Dieci anni fa, marzo 2016, un accordo tra Europa e Turchia (Eu-Turkey Joint Action Plan) per la gestione dei flussi migratori ha previsto il versamento di sei miliardi di euro ad Ankara per le comunità di migranti siriani (che l’anno prima avevano rappresentato un’emergenza per la Grecia). La prassi è proseguita e l’intesa di novembre 2025 ancora con la Turchia, come ricorda l’Internazionale, ha previsto altri tre miliardi per la gestione dei migranti.

La povera gente utilizzata come arma per destabilizzare un Paese o addirittura un intero continente è un metodo certamente non nuovo. “Un famoso precursore di questo sistema fu Fidel Castro che nel 1980 aprì il porto di Mariel e mandò 125mila cubani a Miami, tra questi prigionieri per reati comuni e malati di mente – ricorda Danilo Traino sul Corriere della Sera di oggi.

Persino importanti accordi internazionali che avrebbero dovuto affrontare direttamente in Africa le cause della migrazione irregolare hanno finito per privilegiare non il miglioramento e l’accrescimento delle opportunità economiche e di impiego o la prevenzione di conflitti o ancora il miglioramento della governance locale, ma la gestione dei flussi migratori.

Emblematico il caso dell’European trust fund (2015-2021), fondo fiduciario comunitario da 5,26 miliardi di euro per coadiuvare alla stabilizzazione del continente africano. L’Italia ne è stata – con 123 milioni di euro – il secondo contributore dietro alla Germania, come ricostruisce Openpolis. Dei 250 progetti, un quarto (per 1,3 miliardi di euro) è finito direttamente alla gestione dei flussi migratori, dato sottostimato a causa dei tanti progetti multitematici (secondo le stime di Cini e Concord nel report “Partnership o condizionalità dell’aiuto?” quasi la metà di tutti i finanziamenti dell’Eutf sarebbero stati spesi per la gestione dei flussi migratori verso l’Europa ). Emblematico che Sudan, Somalia e Libia, non proprio nazioni stabili, siano stati i primi Paesi beneficiari dei finanziamenti. E che sui 13 progetti in Libia, dieci abbiano riguardato la gestione dei flussi, in Marocco addirittura sette su otto. Le critiche riguardano l’attenzione eccessiva ad arginare i flussi anziché intervenire sulle cause, ad esempio prevedendo maggiori investimenti in servizi essenziali come sanità e istruzione.

Il sospetto, nel caso di Ceuta, è che ad indirizzare il fiume di migranti – e non va certo dimenticato il centinaio di morti – ci siano proprio fattori ricattatori.

Già nel maggio 2021, quando il Marocco allentò le misure di controllo, circa 8mila persone entrarono nel territorio spagnolo. E l’anno seguente, invece, venne represso nel sangue il tentativo di migliaia di persone subsahariane di entrare a Melilla (inchieste indipendenti parlarono di 37 vittime e 70 persone scomparse). Nel 1975, con il dittatore spagnolo Francisco Franco morente, il Marocco organizzò l’ennesimo blitz.

Insomma, l’immigrazione è stata e lo sarà sempre più una rilevante questione geopolitica. E non riguarda – ad esempio nel caso di Ceuta – soltanto Marocco e Spagna: il Nord Africa è l’approdo di tanta emigrazione interna di disperati che fuggono da Paesi poveri o in guerra, come Costa d’Avorio, Mali, Sudan. E tanti arrivano anche da Bangladesh e Yemen. Ma è coinvolta pure l’intera Europa, che teme la Spagna del leader “scarsamente allineato” Sánchez, uno dei pochissimi premier di sinistra nel vecchio continente, come il ventre molle per gli ingressi. Anche perché il primo ministro spagnolo lo scorso gennaio ha assicurato permessi di residenza temporanei e rinnovabili a mezzo milione di immigrati senza documenti, mentre nella maggior parte dei Paesi europei la regolarizzazione è vista come l’invito ad altri potenziali migranti a muoversi. Sánchez è anche il più filo-palestinese (ha definito nettamente “genocidio” quello messo in atto da Israele a Gaza), filo-cinese e anti-trumpiano (rifiuta il 5% di spesa per la difesa, come deciso dalla Nato). L’Europa, invece, sta imboccando un’altra strada: quella degli hub, sul modello di quello albanese attuato dal governo italiano. Potrebbero operare proprio in Africa, tra Ghana, Ruanda e Uganda.

C’è poi il nodo del cosiddetto “neocolonialismo”, cioè sopravvivono i rilevanti interessi europei nel “ricco” continente africano (con Cina e Russia nuovi “conquistatori”). Del resto dipartimenti e regioni autonome appartenenti ancora a Stati europei – nel dettaglio a Francia, Olanda, Danimarca e Regno Unito – sono tuttora disseminati tra Atlantico, Pacifico e Artico. E perdurano enclavi come quelle, appunto, di Ceuta e Melilla, città spagnole interamente circondate dal territorio del Marocco, nonostante lo Stato sia indipendente dal 1956 e l’Onu, more solito, non sia riuscito a risolvere la controversia.

 

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