
Il ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf), dopo la pubblicazione del decreto in Gazzetta ufficiale, ha adottato il Piano olivicolo italiano 2026-2030. Il documento traccia le strategie per rilanciare una filiera che conta oltre un milione di ettari e che deve fare i conti con cambiamenti climatici, costi e nuovi equilibri di mercato.
Il Piano parte da un’analisi della situazione attuale del comparto e ne valuta le possibili evoluzioni nei prossimi anni. La fotografia che emerge è quella di un settore che segnato da cambiamenti profondi: sono aumentati i costi di produzione, è cambiata la disponibilità di materia prima e il mercato ha attraversato una lunga fase di forte tensione sui prezzi. A tutto questo si sono aggiunti gli effetti della siccità e, più in generale, di condizioni climatiche meno favorevoli.
L’Italia continua ad avere un ruolo di primo piano nel mercato internazionale dell’olio di oliva. In media è il primo Paese al mondo per consumi, il secondo per produzione ed esportazioni e il primo per importazioni.
Nel 2024-2025 l’olio di oliva ha rappresentato poco più del 3% del valore della produzione agricola italiana, considerando la produzione di olio ottenuta dalla trasformazione delle olive negli impianti dell’azienda agricola. L’incidenza sull’export agroalimentare nazionale è stata del 3,6%, mentre il fatturato dell’industria olivicola ha rappresentato il 3% circa di quello dell’intero comparto agroalimentare.
La superficie olivicola italiana è cambiata poco negli anni, anche per effetto del permanere del divieto di espianto, salvo situazioni particolari come quelle legate alla Xylella. Gli ettari coltivati a olivo restano quindi abbondantemente sopra il milione.
È soprattutto sul fronte della produttività che emergono le maggiori criticità. La produzione di olio risente da sempre dell’alternanza tra annate di carica e di scarica. Negli ultimi anni, però, a questo andamento fisiologico si sono aggiunti gli effetti della siccità e di condizioni climatiche sfavorevoli, che hanno inciso sulle rese e reso più difficile programmare l’attività produttiva. Il Piano individua perciò nel recupero del potenziale produttivo uno dei passaggi fondamentali per il futuro del comparto. Una parte della superficie olivicola italiana è infatti sottoutilizzata o, in alcuni casi, interessata da fenomeni di abbandono.
L’obiettivo è favorire un’olivicoltura più imprenditoriale, attraverso tecniche produttive innovative e sostenibili e un maggiore utilizzo dei risultati della ricerca. Senza perdere di vista, però, il ruolo degli oliveti come patrimonio paesaggistico, storico e monumentale, soprattutto nelle aree in cui rappresentano una componente caratteristica del territorio.
Negli ultimi anni l’Italia ha perso quote di produzione e di mercato a vantaggio di concorrenti storici e di nuovi protagonisti. Spagna, Tunisia, Portogallo e Marocco, tra gli altri, hanno investito nell’ammodernamento degli impianti olivicoli e dei frantoi, affiancando questi interventi a politiche di valorizzazione della propria produzione nazionale. La questione della competitività, dunque, non riguarda soltanto la quantità di olio prodotto. Conta anche la capacità di modernizzare gli impianti, rendere più efficiente la trasformazione, organizzare meglio l’offerta e rafforzare il valore della produzione italiana sui mercati.
Negli ultimi quattro anni il settore ha attraversato cambiamenti particolarmente rilevanti anche dal punto di vista commerciale.
La prima fase di difficoltà è arrivata con i problemi logistici seguiti alla pandemia, che hanno rallentato gli approvvigionamenti e fatto aumentare i costi di materiali come bottiglie ed etichette. Poi è arrivata la forte crescita dei prezzi dell’energia, innescata soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina.
La crisi geopolitica ha avuto effetti anche sul mercato degli oli. La minore disponibilità di olio di girasole proveniente dall’Ucraina ha modificato gli equilibri della domanda. Contemporaneamente, due campagne produttive mondiali particolarmente difficili hanno ridotto ulteriormente le disponibilità. La siccità ha colpito duramente la Spagna nel 2022 e nel 2023, arrivando a dimezzarne la produzione. La conseguenza è stata una contrazione dell’offerta mondiale. I prezzi alla produzione hanno raggiunto così livelli medi mai registrati prima nei principali Paesi produttori, Italia compresa.
Con la produzione 2024 i volumi sono tornati su livelli normali, ma le quotazioni dell’extravergine italiano sono rimaste elevate. Anche per il 2025, in attesa dei dati definitivi, le stime internazionali indicano una produzione mondiale su livelli normali. Questo ha riportato i listini internazionali verso la media. Per l’evo italiano si sono osservati alcuni segnali di flessione, ma i prezzi restano molto più alti rispetto a quelli precedenti all’impennata dell’autunno 2022 e significativamente superiori a quelli degli altri principali competitor.
La campagna 2025/26 ha confermato le aspettative di un’annata di media carica. Le elaborazioni Ismea su dati Agea, ormai quasi definitive, indicano una produzione di circa 325 mila tonnellate, il 31% in più rispetto alla campagna precedente. Il dato è positivo anche rispetto alle previsioni meno ottimistiche formulate a settembre.
Il recupero produttivo è concentrato quasi interamente nel Sud, dove al momento si stima un aumento di circa il 55%. A favorire il risultato sono state condizioni climatiche migliori, a partire dalla minore siccità, insieme alla normale alternanza produttiva. Nel Centro-Nord la situazione è invece opposta. Le regioni registrano una riduzione importante e abbastanza omogenea, pari in media al 51%. Anche in questo caso pesano sia l’alternanza produttiva sia i problemi climatici.
Con l’avvio della campagna 2025/26, anche il prezzo dell’extravergine italiano ha iniziato a scendere. La distanza rispetto ai livelli precedenti al 2022, tuttavia, resta ampia. E le quotazioni dell’evo italiano continuano a essere significativamente superiori a quelle dei principali competitor.
Il Piano strategico della Pac 2023-2027 (Psp) costituisce la base della strategia per l’olivicoltura italiana, da integrare attraverso gli altri strumenti di programmazione disponibili. L’obiettivo è di rafforzare contemporaneamente la competitività del settore, la qualità della produzione e la sostenibilità, nelle sue dimensioni economica, ambientale e sociale.
Il Piano sottolinea il legame tra tre elementi: “non c’è competitività senza qualità e non c’è qualità senza sostenibilità”. Per aumentare la competitività del sistema, il Psp indica come priorità il recupero del potenziale produttivo di una superficie che supera il milione di ettari. Una parte consistente di questi terreni, però, è sottoutilizzata o rischia l’abbandono. Da qui la necessità di riguadagnare la produttività media degli oliveti e favorire la diffusione di un’olivicoltura più imprenditoriale. Le tecniche innovative e sostenibili dovranno essere accompagnate dai risultati della ricerca. Parallelamente, resta il valore degli oliveti sotto il profilo paesaggistico. In particolare quelli che hanno maggiore rilevanza monumentale, storica e territoriale. La strategia riconosce anche la necessità di migliorare l’efficienza dei frantoi. Un’esigenza affrontata principalmente attraverso la misura del PNRR dedicata all’ammodernamento degli impianti. Un altro obiettivo è la concentrazione della produzione, con l’intento di rafforzare il potere contrattuale della componente agricola.
Sul piano economico, il Piano considera prioritario sostenere il reddito degli olivicoltori e limitarne le oscillazioni. Al tempo stesso punta ad aumentare il peso delle produzioni a Indicazione geografica e a favorire l’adesione ai regimi di qualità, tra cui SQNPI e agricoltura biologica. La crescita dell’export rappresenta un ulteriore tassello della strategia.
L’intervento settoriale mette a disposizione circa 34 milioni di euro all’anno. Le diverse tipologie di intervento potranno essere inserite, non necessariamente tutte, nei programmi operativi delle Organizzazioni dei produttori (Op). Tra gli obiettivi figura anche il rafforzamento della resilienza e della vitalità dei territori rurali, insieme alla promozione del lavoro agricolo e forestale di qualità e alla tutela dei diritti dei lavoratori. Il ricambio generazionale è un’altra delle questioni centrali. Favorire l’ingresso di nuovi imprenditori e di nuovi soggetti lungo la filiera viene considerato essenziale per sostenere lo sviluppo socioeconomico delle aree rurali e garantire continuità alle attività agricole. Viene evidenziata l’esigenza di facilitare la nascita di filiere corte, aziendali o interaziendali, con rapporti più diretti con il consumatore finale.
Il Piano si inserisce in un quadro di interventi già disponibili o attivabili a sostegno del comparto.
Tra le principali misure figurano:
- 100 milioni di euro del Pnrr per l’ammodernamento dei frantoi oleari;
- 30 milioni di euro previsti dal decreto dell’11 febbraio 2025 per sostenere le imprese agricole danneggiate dalla diffusione di Xylella fastidiosa;
- i contratti di filiera del IV e V bando e i contratti dei Distretti del cibo finanziati attraverso le risorse del Piano nazionale complementare al Pnrr, anche per il settore olivicolo;
- i contratti di filiera dedicati alla Xylella;
- i programmi Radici virtuose, Rigenerazione e innovazione benessere;
- i contratti di filiera finanziati attraverso il Pnrr.
UNSIC – Unione Nazionale Sindacale Imprenditori e Coltivatori
